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13 settembre 2012

INAIL – Operai intrappolati nel fuoco: nessuna sicurezza nelle fabbriche in Pakistan

la Ali Entrprise di Karachi

13 settembre 2012. Non c'era neanche un estintore nella "Ali Entreprise", lo stabilimento tessile dove martedì un incendio ha ucciso oltre 290 persone. E i responsabili del personale avevano chiuso le vie di fuga per impedire possibili furti di denaro. La tragedia di Karachi scoperchia la realtà di un comparto senza regole, dove regna lo sfruttamento

KARACHI - Nessun rispetto delle norme antincendio. Nessuna attenzione alle regole più elementari di prevenzione. Nessun controllo sulla regolarità degli impianti. In breve: il più assoluto "far west" sul fronte della sicurezza. I roghi delle due fabbriche di Karachi e Lahore - insieme a Faizalabad i principali poli del tessile in Pakistan - che, martedì scorso, hanno provocato la morte di oltre 320 operai hanno messo in evidenza un disastroso  sistema di carenze in quella che rappresenta una delle voci principali voci nella bilancia commerciale del paese (al comparto è legato, infatti, il 67% del totale dell'export e qui viene impiegato il 38% della forza lavoro).

La connivenza delle autorità preposte ai controlli. Per capire quanto sia drammatica questa realtà basti pensare che nella stragrande maggioranza dei laboratori di produzione - come la stessa "Ali Enterprise", nella zona industriale di Baldia Town, a Karachi, dove si è scatenato l'incendio principali che ha ucciso più di 290 persone - non è presente nemmeno un estintore. Ancora: le due sciagure, avvenute a poche ore una dall'altra, sembrano essere state causate dallo stesso motivo, una fiammata uscita dal generatore elettrico usato per far fronte ai frequenti blackout di questi giorni di piogge monsoniche record. A tale insieme di mancanze - assolutamente generalizzato nell'economia pakistana - si aggiunge l'atteggiamento di connivenza delle autorità locali preposte ai controlli del rispetto delle normative, spesso messe a tacere dalla corruzione dilagante.

Mandato di cattura per i responsabili dell'azienda di Karachi. Il clamore internazionale del disastro di Karachi ha spinto il governo provinciale del Sindh a promuovere una commissione di inchiesta per accertare cause e responsabilità, mentre la polizia ha spiccato un mandato di cattura sui responsabili della "Ali Enterprise". Ma si tratta di un'eccezione dovuta, per l'appunto, alla risonanza mass-mediatica di quanto successo. Più indicativo per capire il vero stato della situazione è il comportamento senza scrupolo manifestato dai responsabili del personale dopo l'esplosione delle fiamme. Dal racconto di testimoni emerge, infatti, che subito dopo il divampare del fuoco è stato dato l'ordine di chiudere tre delle quattro porte di ingresso per evitare possibili furti di denaro o di materiale. Uno sbarramento delle possibilità di fuga che ha provocato decine di morti e che va attribuito al generale clima di "impunità" che caratterizza l'operato dei datori di lavori e del management.

La "vetrina" del web: "Vigilanza e controlli altamente qualificati". Alla luce di quanto successo lascia ancora più sgomenti vedere come la "Ali Enterprise" si presenta sul web. Basta digitare il nome dell'azienda su Google per leggere, su un sito dedicato al mondo imprenditoriale pakistano, queste righe: "Un team di professionisti gestisce tutti i processi di produzione, esportazione e importazione. Il lavoro è svolto in maniera efficiente sotto il controllo delle autorità di vigilanza altamente qualificate, che si prendono cura di tutti gli standard internazionali durante il confezionamento dei prodotti di pulizia" (la "Ali Enterprise" realizza stracci, ndr).

Ma pesano anche le responsabilità dell'Occidente. Anche l'Occidente, tuttavia, ha non poche responsabilità in questo stato di cose. L'India, il Pakistan e il Bangladesh sono diventati i poli mondiali di produzione low cost di indumenti, accessori e scarpe e la maggior parte dei manufatti è destinata alle grandi catene della distribuzione in Europa e negli Stati Uniti che, ormai da anni, si riforniscono qui proprio grazie alla mano d'opera a basso costo (e all'ampia disponibilità di tessuti e altre materie prime). Difficilissimo, se non impossibile, identificare i clienti che ordinano le collezioni, dato che le aziende operano con la massima riservatezza per paura della concorrenza ma anche di controlli (come, per esempio, sull'impiego di lavoro minorile). Per mantenere i prezzi concorrenziali, le imprese locali - salvo quelle di grandi dimensioni che fanno affari con i grandi nomi della moda - assumono, così, mano d'opera a basso costo, con contratti temporanei, senza pagare oneri sociali e ignorando il rispetto più elementare delle norme di sicurezza sui posti di lavoro.

(sl)

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