Passa al contenuto
Modello di organizzazione e di gestione 231

28 febbraio 2013

Thyssen, in appello la pena per l’ad ridotta a 10 anni. Per i giudici non ci fu dolo

Al termine del processo di secondo grado per il rogo del 6 dicembre 2007 costato la vita a sette operai, la Corte d’Assise di Torino ha ridimensionato le condanne inflitte in primo grado a Harald Espenhahn e agli altri cinque imputati. La decisione accolta con grida di indignazione dai familiari delle vittime, che per protesta hanno occupato per quattro ore l’aula del tribunale

TORINO – Sconto di sei anni per l’amministratore delegato della Thyssenkrupp, Harald Espenhahn, al processo di secondo grado per il rogo in cui il 6 dicembre 2007 morirono sette operai. Lo ha deciso oggi la Corte d’Assise d’Appello di Torino, che ha riformato la sentenza di primo grado che l’aveva condannato a 16 anni e mezzo di reclusione riducendo la pena a 10 anni per omicidio colposo, non confermando quindi il reato di omicidio volontario con dolo eventuale. Prima di lasciare l’aula dopo la lettura della sentenza, che ha ridotto le pene anche per gli altri cinque imputati, l’avvocato Ezio Audisio, legale di Espenhahn, ha detto soltanto di essere “soddisfatto per la parte in cui è stata accolta la tesi dell’insussistenza del dolo”.

Il pm Guariniello: “Resta comunque una sentenza storica”. Per il pm Raffaele Guariniello, che ha coordinato il pool dell’accusa, “al di là del riconoscimento del dolo resta una sentenza storica. Quello che conta è che mai in Italia o nel mondo sono state date pene così alte per degli infortuni sul lavoro. È un messaggio dato a tutti i giudici e anche ai datori di lavoro. È stata riconosciuta la necessità di fare prevenzione ed è comunque un grande messaggio dato alle imprese”. Guariniello, attualmente impegnato nel processo di appello ai vertici dell’Eternit, ha assicurato anche il suo impegno per il ricorso in Cassazione contro la sentenza: “Avevo detto che questo sarebbe stato il mio penultimo processo e che poi avrei lasciato la magistratura. Adesso resterò a combattere la vostra battaglia. Io sul dolo eventuale non ci penso proprio a demordere”, ha detto rivolgendosi ai familiari delle sette vittime, che hanno reagito con grida di indignazione alla decisione dei giudici.

“Oggi hanno ammazzato di nuovo i nostri figli”. Dopo la lettura della sentenza, le madri e i parenti dei sette operai hanno occupato per quattro ore la maxi aula 1 del tribunale di Torino. “Oggi hanno ammazzato di nuovo i nostri figli, noi questa sentenza non la accetteremo mai – ha detto Rosina Platì, madre di Giuseppe De Masi – Durante il secondo grado non è emerso alcun elemento nuovo e non capiamo perché siano state ridotte le pene. Noi andremo avanti, non ci fermeremo mai”. I familiari hanno chiesto anche di incontrare il ministro della Giustizia: “Se il ministro non verrà andremo noi, andremo da Napolitano, da chiunque. Vogliamo che qualcuno ci ascolti: hanno ammazzato i nostri figli e le nostre vite sono rovinate per sempre”. L’occupazione è terminata solo quando è arrivata l’assicurazione che una delegazione dei parenti sarebbe stata ricevuta nel pomeriggio dal prefetto. “Abbiamo chiesto che la prefettura si attivi per procurare ai parenti dei ragazzi deceduti un incontro con il presidente della Repubblica, che già in altre occasioni ha dimostrato verso questa vicenda grande attenzione e sensibilità”, ha spiegato dopo l’incontro Antonio Boccuzzi, l’unico operaio sopravvissuto al rogo.

Disposto il dissequestro della linea 5 dello stabilimento. Con la decisione odierna la Corte d’Assise d’Appello ha disposto anche il dissequestro della linea 5 dello stabilimento di Torino, teatro della strage del 6 dicembre 2007. L’incidente avvenne poco dopo la mezzanotte a causa di una fiammata sprigionata da un forno a cui stavano lavorando otto persone. A perdere la vita furono Antonio Schiavone, 36 anni, Roberto Scola, 32 anni, Bruno Santino, 26 anni, Angelo Laurino, 43 anni, Rosario Rodinò, 26 anni, Giuseppe De Masi, 26 anni, e il loro capoturno Rocco Marzo, 54 anni. Boccuzzi, invece, si salvò perché al momento della fiammata stava cercando di collegare una manichetta a un serbatoio d’acqua e si trovava dietro un muletto che lo protesse dal fuoco.

MODI Qualità, Ambiente, Sicurezza, Corsi di Formazione, Privacy e 231