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15 maggio 2016

Thyssenkrupp, la Cassazione chiude definitivamente il processo

Si sono consegnati alle Forze dell'ordine quattro dei sei dirigenti Thyssenkrupp condannati in via definitiva

Thyssenkrupp, la Cassazione chiude definitivamente il processo

acciaierie_incidenteLa Cassazione chiude  definitivamente il processo sul rogo dell’acciaieria. Il procuratore generale di Cassazione aveva chiesto di annullare la sentenza d’Appello

Si sono consegnati alle Forze dell'ordine quattro dei sei dirigenti Thyssenkrupp condannati in via definitiva per il rogo nello stabilimento di Torino in cui persero la vita sette operai nel dicembre del 2007. Per l'ex ad del Gruppo, invece, Harald Espenhahn, e per Gerald Priegnitz, cittadini tedeschi, la Procura Generale di Torino emanerà un mandato di cattura europeo. Cosimo Cafueri, responsabile della sicurezza ai tempi dell'incidente, condannato in via definitiva a 6 anni e 8 mesi, in mattinata si è presentato della Stazione dei Carabinieri di Castiglione Torinese dopo che ieri sera la Corte di Cassazione ha reso definitiva la sua condanna. Nel processo d’Appello bis, che si è chiuso il 29 maggio 2015, le pene sono state ridotte . Espenhahn è stato condannato a nove anni e otto mesi, con uno “sconto” di due mesi; Pucci e Priegnitz a sei anni e dieci mesi (sette anni), Moroni a sette anni e sei mesi (nove anni), Salerno a otto anni e sei mesi (pena ridotta di due mesi), Cafueri a sei anni e otto mesi (otto anni). La Cassazione doveva decidere se confermare queste pene, e non lo ha fatto. Già chiusa, invece, la contesa che riguarda i risarcimenti: ai famigliari delle vittime ThyssenKrupp ha pagato 13 milioni; altri 4 sono andati alle altre parti civili. L’accaieria di Torino, dopo l’incidente del 6 dicembre 2007, non ha mai più riaperto. 

Ricordiamo L’incidente

La notte tra il 5 e 6 dicembre, prima dell’una, sette operai al lavoro sulla linea 5 vengono investiti da una fuoriuscita di olio bollente, che prende fuoco. I Vigili del fuoco, la cui caserma dista poche centinaia di metri, arrivano quasi subito: è l’1,15. I feriti vengono trasferiti in ospedale. Alle 4 del mattino muore il primo operaio: si chiama Antonio Schiavone, ha 36 anni. Tra il 7 e il 30 dicembre ne muoiono altri sei: Giuseppe Demasi, 26 anni; Angelo Laurino, 43 anni; Roberto Scola, 32 anni; Rocco Marzo, 54 anni; Rosario Rodinò, 26 anni; Bruno Santino, 26 anni. Tra gli operai coinvolti nell’incidente c’è solo un superstite: Antonio Boccuzzi, dipendente Thyssen da 13 anni e sindacalista della Uilm; oggi è deputato del Pd.  L’incendio si sviluppa all’altezza della linea di ricottura e decapaggio. La produzione dell’acciaio sulla linea 5 si svolgeva così: l’acciaio passava attraverso un laminatoio, costituito da alcuni cilindri che lo schiacciavano riducendone l’altezza; poi veniva avvolto in fogli di carta per evitare che si graffiasse e accumulato per poi passare alle fasi di ricottura e decapaggio. La prima fase – il procedimento definito «a freddo», anche se avviene a più di mille gradi – prevede di far passare l’acciaio in un forno e cuocerlo a una temperatura inferiore a quella di fusione. Nella seconda fase l’acciaio cotto viene fatto passare dentro vasche piene di acido per rimuovere le ultime impurità.

L’intero procedimento è considerato ad alto rischio d’incendio. le misure di sicurezza prevedono estintori, sistemi di spegnimento automatico e un particolare addestramento per il personale. Per mantenere le lastre lubrificate si utilizza olio combustibile altamente infiammabile, che spesso impregna spesso la carta che avvolge le lastre. Prima del processo di ricottura la carta va eliminata. Il problema - si scoprirà dopo l’incidente - è che la manutenzione scarseggia e spesso i residui di carta si accumulano lungo la linea. Basta una scintilla perché la carta prenda fuoco. Senza contare le frequenti perdite d’olio, che formavano pozzanghere sotto i macchinari. Poche ore prima del rogo si verifica un piccolo incidente. La linea viene fermata. Poi l’impianto riparte. Che cosa succede dopo? Probabilmente da una delle linee che trasportano l’acciaio si scatena una serie di scintille che incendiano la carta oleata accumulata sotto la linea e mai rimossa. Si sviluppa un incendio. Gli operai - che si trovano al sicuro in una cabina protetta da cui seguono la lavorazione - escono per spegnerlo.  Uno di loro, Boccuzzi, si allontana per collegare una manichetta all’idrante che i suoi colleghi impugnano. Ma l’incendio si alimenta delle chiazze di olio, le fiamme si alzano, sfiorano uno dei tubi che portano ad altissima pressione l’olio per lubrificare. Il tubo si rompe e l’olio comincia a fuoriuscire. La pressione crea una pioggia di gocce scagliate ad alta velocità che generano una palla di fuoco che investe tutti gli operai. L’effetto è quello di un gigantesco lanciafiamme. Boccuzzi si salva: in quel momento si trova dietro a un muletto. E Boccuzzi oggi parlamentare e deputato Dem ha detto: «Le richieste della procura sono per noi tutti un fulmine a ciel sereno e lo stesso vale per il rischio che i due imputati tedeschi, che sono poi i principali responsabili del rogo alla Thyssen, possano scontare in Germania una pena dimezzata». «Sarebbe paradossale - ha proseguito Boccuzzi - che l’amministratore delegato di Thyssen, che in primo grado era stato condannato per omicidio volontario, adesso possa ottenere in Germania una pena addirittura inferiore a quella degli altri coimputati italiani». «A fronte di questo rischio - ha concluso - è ancora più profonda la nostra delusione per l’annullamento della sentenza di primo grado».

Lo stabilimento di Torino della ThyssenKrupp non esiste più. È stato chiuso nel marzo del 2008 con un accordo tra la ThyssenKrupp, i sindacati, le istituzioni locali e i ministeri del Lavoro e dello Sviluppo economico, in anticipo sulla data prevista. 

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