1 Amministratore - MOG 231 - Modelli di Organizzazione e Gestione | MOG 231 – Modelli di Organizzazione e Gestione
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Modello di organizzazione e di gestione 231

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Accordo salute sicurezza, hackerati agenzie per il lavoro, Registro dei controlli, Bandi

 
News sicurezza ambiente qualità E-learning #HSE, Banca dati Newsletter 2 del 15 Gennaio 2019 Accordo salute sicurezza, hackerati agenzie per il lavoro, Registro dei controlli, Bandi In caso di difficoltà nel recupero credenziali, non esiti a inviare una mail a mail@portaleconsulenti.it. Ricordiamo che l'accesso al Portale è Gratuito per l'utilizzo dell'intera Banca Dati.
Morti sul lavoro, la protesta di Anonymous Morti sul lavoro, la protesta di Anonymous  hackerati i siti delle agenzie per il lavoro
Parchi e nelle Aree Naturali Protette La certificazione ambientale nei Parchi e nelle Aree Naturali Protette  Documento ISPRA
accordo su sicurezza lavoro SALUTE E SICUREZZA  Cgil Cisl Uil e Confindustria: primo accordo su sicurezza lavoro
Piano operativo 2019 per la sicurezza sul lavoro Il Piano operativo 2019 per la sicurezza sul lavoro  Video di presentazione
Registro dei controlli 2019 Registro dei controlli 2019  in formato modificabile il nuovo registro dei controlli da scaricare in formato DOC
Bando Macchinari innovativi Bando Macchinari innovativi  Domande dal 29 gennaio 2019
Bando innovazione digitale Bando innovazione digitale  Manifattura, artigianato non artistico, commercio e servizi alle imprese Camera di commercio di Peru ...
infortunio in un reparto fonderia Assoluzione dei consulenti esterni Grave infortunio in un reparto fonderia Assoluzione dei consulenti esterni  Cassazione Penale, Sez. 4, 21 dicembre 2018, n. 57937
Fatturazione elettronica Agenzia entrate Fatturazione elettronica Agenzia entrate  FAQ pubblicate il 21 dicembre 2018
Regolamento di esecuzione del regolamento (UE) Regolamento di esecuzione del regolamento (UE)  Regolamento di esecuzione del regolamento (UE) n. 517/2014
Morti sul lavoro, ISI 2018, Resto al SUD Morti sul lavoro, ISI 2018, Resto al SUD  sicurezza ambiente qualità E-learning #HSE
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Morti sul lavoro, la protesta di Anonymous

 

hackerati i siti delle agenzie per il lavoro

Morti sul lavoro, la protesta di Anonymous

morti sul lavoro hackeratoMorti sul lavoro, la protesta di Anonymous: hackerati i siti delle agenzie per il lavoro
Un attacco informatico dimostrativo da parte degli attivisti che si riconoscono nel collettivo di hacker più famoso: "Siamo lavoratori come voi"
Il comunicato
Salve lavoratori italiani
chi vi scrive è Anonymous Italia, LulzSecIta e AntiSecIta.
Siamo di nuovo qui per attirare la vostra attenzione su qualcosa che sta molto a cuore non solo a Noi, ma crediamo a tutto il Popolo.
Gli incidenti mortali sul lavoro , dette anche "morti bianche".
Sono già 9 i morti per infortuni sui luoghi di lavoro nel 2019 (9 Gennaio).
L'Articolo 36 della costituzione dice:  
"Il lavoratore ha diritto ad una retribuzione proporzionata alla quantità e qualità del suo lavoro e in ogni caso sufficiente ad assicurare a sé e alla famiglia un'esistenza libera e dignitosa.
La durata massima della giornata lavorativa è stabilita dalla legge.
Il lavoratore ha diritto al riposo settimanale e a ferie annuali retribuite, e non può rinunziarvi."
Secondo i dati che si trovano online *, aumentano i morti sul lavoro nei primi nove mesi del 2018.
Da gennaio a settembre di quest'anno le denunce di infortunio sul lavoro con esito mortale presentate all'INAIL sono state 834, 65 in più rispetto alle 769 denunciate nello stesso periodo del 2017 (+8,5%). L'aumento dei casi mortali è dovuto soprattutto all'elevato numero di decessi avvenuti lo scorso mese di agosto rispetto all'agosto 2017 (109 contro 65), alcuni dei quali causati da incidenti 'plurimi', ovvero quelli che causano contemporaneamente la morte di due o più lavoratori
A morire per infortuni sono quasi tutti lavoratori precari o in appalto.
Non basta lavorare per sopravvivere, moriamo per far sì che i Padroni (ai quali della nostra salute ben poco importa) ingrassino.
Nei dati dell'INAIL
Le categorie che hanno nel 2018 il maggior numero di morti sono: 
  •  Agricoltura, 33,3%
  •  Edilizia, 15,2%
  •  Autotrasportatori (parte di categorie diverse) 12,1%
  •  Industria, (esclusa l'edilizia) 7,8%
Perdono la vita moltissimi giovani in età compresa tra i 20 e 30 anni, ma soprattutto in tarda età, il 27% di tutti i morti sui luoghi di lavoro hanno dai 61 anni in su.
Spariscono dalle statistiche, non essendo assicurati all'INAIL, le Forze Armate, i Vigili del Fuoco, innumerevoli Partite Iva, lavoratori in nero, tantissimi agricoltori schiacciati dai trattori e tanti altri che fanno sembrare questo fenomeno molto più lieve. 
Non abbiamo mai visto morti sul lavoro in Parlamento, non c'è pericolo nel fare il politico. Millantano di aiutare il popolo con le solite bugie,  vivendo nel loro mondo fatto di bambagia.
Ma si vede che ciò non porta abbastanza guadagni, e non li aiuta nella scalata sociale o ottenere  favori e leccatine di culo.
Si preoccupano di più di salvare le Banche, un lavoro molto più redditizio, cosa che li mette in buon occhio di fronte all'Elite.
Noi come voi siamo lavoratori, che cercano di portare avanti una famiglia, e che ogni giorno cercano di portare il pane in tavola.
Non crediamo che sia tanto pretendere sicurezza nella vita. La sicurezza di arrivare a fine mese, la sicurezza di riuscire a creare una Famiglia, la sicurezza di andare a lavoro e di tornare a casa, e perché no, la sicurezza che i nostri dati privati non vengano svenduti o addirittura venduti ad altri.
È triste nel 2019 pensare che un nostro caro parte al mattino per andare a lavorare, e potrebbe non più tornare a casa. (cit.)
Noi siamo Anonymous
Noi siamo legione
Noi non dimentichiamo
Noi non perdoniamo
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Il Piano operativo 2019 per la sicurezza sul lavoro

 

Previste azioni di promozione verso le aziende virtuose e già in regola con la normativa che decidono di investire in salute e sicurezza sui luoghi di lavoro.

Regione Toscana
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Registro dei controlli 2019

 

in formato modificabile il nuovo registro dei controlli

Registro dei controlli 2019

E' disponibile in formato modificabile il nuovo registro dei controlli. Il controllo può essere effettuato dal personale normalmente presente nelle aree protette dopo aver ricevuto adeguate istruzioni.E' disponibile in formato modificabile il nuovo registro dei controlli. Il controllo può essere effettuato dal personale normalmente presente nelle aree protette dopo aver ricevuto adeguate istruzioni. http://www.sicurezzalavoro.provincia.tn.it
Sorveglianza:
Controllo visivo atto a verificare che le attrezzature e gli impianti antincendio siano nelle normali condizioni operative, siano facilmente accessibili e non presentino danni materiali accertabili tramite esame visivo. La sorveglianza può essere effettuata dal personale normalmente presente nelle aree protette dopo aver ricevuto adeguate istruzioni. (D.M. 10 marzo 1998, Allegato VI, punto 6.2)
CHI DEVE EFFETTUARE I CONTROLLI
Il responsabile del registro dei controlli è di norma il Datore di lavoro o il Coordinatore Generale per le emergenze di Palazzo; il Datore di lavoro ha l’obbligo della tenuta del registro e dovrà provvedere affinché tutti le verifiche vengano effettuate regolarmente.
Alcune verifiche, meglio precisate dalla normativa come sorveglianze , sono elencate nella Scheda n. 1 e possono essere effettuate da personale interno, senza particolare formazione tecnica, altre verifiche classificate dalla normativa come controlli , come ad esempio, quelli effettuati sugli impianti e/o attrezzature, devono essere effettuati da personale specializzato sia esso interno o esterno.
I controlli da affidare a personale specializzato sono riportati nella Scheda n. 2. A seconda delle competenze necessarie, detti incarichi saranno affidati a personale interno all’Amministrazione o a Ditte esterne.
Nel presente registro verranno annotate tutte le sorveglianze effettuate dal personale interno individuato allo scopo e secondo le scadenze previste; a tal fine sono state predisposte le schede n. 3 e 4, sulle quali dovranno essere riportate, oltre alla data anche la firma dell’incaricato a certificazione dell’avvenuta verifica.
Le anomalie eventualmente riscontrate dovranno essere riportate nell’apposita casella, a fianco della firma.
É previsto un momento informativo/addestrativo rivolto agli incaricati delle sorveglianze.
QUANDO DEVONO ESSERE EFFETTUATI I CONTROLLI
La periodicità di alcune sorveglianze e/o controlli viene definita per legge, per altre/i da norme di buona tecnica. 
In caso di lavori e/o presenza di cantieri potranno essere disposte verifiche più frequenti e mirate ai pericoli indotti da detti lavori, anche temporanei.
Per quanto riguarda le sorveglianze da effettuare presso la sede di cui al presente registro ci si dovrà attenere alle periodicità indicate nella Scheda n. 1.
STRUTTURA DEL REGISTRO
Il registro è impostato per un anno di attività di sorveglianze ed è composto da 5 tipologie di scheda: 
- Scheda n. 1 – riporta l’elenco dei punti da verificare (sorveglianze, da A1 a A11) e del relativo personale interno incaricato. Dovrà esser indicato sia il nome del titolare della sorveglianza che quello del suo sostituto.
- Scheda n. 2 – riporta l’elenco dei punti da verificare (con dettaglio dei controlli da B1 a B9) e del nome della Struttura che ha la completa gestione per l’affidamento degli incarichi.
- Scheda n. 3 – firma mensile dell’incaricato e la data di effettuazione delle sorveglianze giornaliere effettuate durante l’anno, dal punto A1 al punto A7. Il personale interno incaricato dovrà indicare, nelle apposite caselle, le eventuali anomalie riscontrate.
- Scheda n. 4 – firme degli incaricati e la data di effettuazione delle sorveglianze annuali effettuate durante l’anno, dal punto A8 al punto A11. Il personale interno incaricato, dovrà indicare, nelle apposite caselle, le eventuali anomalie riscontrate.
- Scheda n. 5 – utilizzabile per la trasmissione dei rapporti di non conformità, relativamente alle difformità riscontrate durante le sorveglianze.
Registro dei controlli 2019Registro dei controlli 2019 DOC
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Bando Macchinari innovativi

Domande dal 29 gennaio 2019

Bando Macchinari innovativi

macchinari 2019Dal 29 gennaio le micro, piccole e medie imprese delle Regioni meno sviluppate (Basilicata, Calabria, Campania, Puglia e Sicilia) potranno presentare la domanda per partecipare al Bando Macchinari Innovativi, una nuova iniziativa della Direzione generale Incentivi alle Imprese del Ministero dello Sviluppo Economico.
La misura Macchinari Innovativi è l’agevolazione messa a disposizione dal Ministero dello sviluppo economico con l’obiettivo di sostenere la realizzazione, nelle Regioni meno sviluppate (Basilicata, Calabria, Campania, Puglia e Sicilia), di programmi di investimento diretti a consentire la transizione del settore manifatturiero verso la cosiddetta “Fabbrica intelligente”.
La misura sostiene gli investimenti innovativi che, in coerenza con il piano nazionale “Impresa 4.0” e la Strategia nazionale di specializzazione intelligente, consentono l’interconnessione tra componenti fisiche e digitali del processo produttivo, innalzando il livello di efficienza e di flessibilità nello svolgimento dell’attività economica, favorendo l’acquisto di macchinari, impianti e attrezzature strettamente funzionali alla realizzazione dei programmi di investimento, nonché programmi informatici e licenze correlati all’utilizzo dei predetti beni materiali.
L’intervento agevolativo, definito nell’ambito del Programma operativo nazionale “Imprese e competitività” 2014-2020 FESR e della relativa programmazione complementare, permette di attivare le risorse comunitarie e i fondi nazionali complementari alla programmazione europea già stanziati.
La dotazione finanziaria complessiva dello strumento, come modificata dal DM 21 maggio 2018, è pari a euro 341.494.000,00, di cui:
euro 119.205.333,33 a valere sul Programma complementare di azione e coesione - POC “Imprese e competitività” 2014-2020 approvato dal CIPE con delibera n. 10/2016 del 1° maggio 2016;
euro 169.194.666,67 a valere sull’Asse III, Azione 3.1.1 del Programma operativo nazionale - PON  “Imprese e competitività” 2014-2020 FESR;
euro 53.094.000,00 a valere sull’Asse IV, Azione 4.2.1 del Programma operativo nazionale - PON “Imprese e competitività” 2014-2020 FESR, riservata ai programmi di investimento innovativi basati sulle tecnologie per un manifatturiero sostenibile in grado di garantire un utilizzo più efficiente dell’energia.
I programmi di investimento ammissibili devono:
prevedere spese non inferiori a euro 500.000,00 e non superiori a euro 3.000.000,00;
essere realizzati esclusivamente presso unità produttive localizzate nei territori delle Regioni meno sviluppate;
prevedere l’acquisizione dei sistemi e delle tecnologie riconducibili all’area tematica “Fabbrica intelligente” della Strategia nazionale di specializzazione intelligente, come elencati negli allegati alla normativa di riferimento.
Bando Macchinari innovativiBando Macchinari innovativi

Le domande di accesso alle agevolazioni, concesse mediante procedura valutativa a sportello di cui all’art. 5 d.lgs. n. 123/98, potranno essere presentate esclusivamente tramite procedura informatica,

 https://agevolazionidgiai.invitalia.it 

accendendo nell’apposita sezione “Accoglienza Istanze” e cliccando sulla misura “Macchinari Innovativi”.

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Bando innovazione digitale

 

manifattura, artigianato non artistico, commercio e servizi alle imprese Camera di commercio di Perugia

Bando innovazione digitale

Bando innovazione digitaleLe domande, firmate digitalmente, dovranno essere inviate esclusivamente in modalità telematica tramite la piattaforma Web Telemaco (http://webtelemaco.infocamere.it) - Servizi e-gov - Contributi alle imprese - a partire dalle ore 8.00 del 13 febbraio 2019, con chiusura dei termini alle ore 17.00 del 7 marzo 2019.
Approvato dalla Camera di commercio di Perugia un nuovo intervento finalizzato a sostenere le imprese che realizzano progetti di innovazione informatica e digitale. L'iniziativa, volta a contribuire al mantenimento dei livelli occupazionali e della forza competitiva delle imprese della provincia di Perugia, prevede uno stanziamento di 600.000 euro. I contributi saranno pari al 50% dei costi ammissibili con un massimale di 2.500 euro.   
Sono soggetti finanziabili le PMI operanti nella provincia di Perugia, così come definite dal Reg. (UE) n. 651/2014 della Commissione, che include in tale categoria le imprese che possiedono contemporaneamente le seguenti caratteristiche:
occupano meno di 250 persone;
il cui fatturato annuo non supera i 50 milioni di euro oppure il cui totale di bilancio annuo non supera i 43 milioni di euro;
siano in possesso, alla data di presentazione della domanda, del requisito di impresa autonoma.
Gli investimenti finanziabili dovranno essere riconducibili alle finalità previste e dovranno riguardare le seguenti spese:
a) inserimento di metodologie di progettazione automatica collegata col processo produttivo (CAD);
b) inserimento di tecniche di automazione di fabbrica supportate da elaboratore (CAM);
c) inserimento di metodologie di controllo globale della qualità del prodotto;
d) impianti antintrusione: antifurti o allarmi con sistemi di rilevamento satellitare collegati alle centrali di vigilanza; attrezzature per video-sorveglianza; video-protezione con cassetta di registrazione e assimilabili nel rispetto del D. Lgs. 30 giugno 2003 n. 196 sulla tutela della privacy; telecamere collegate direttamente con le centrali delle forze dell’ordine;
e) inserimento di sistemi informatici e di telecomunicazione innovativi, esclusa la creazione di siti Internet e l’applicazione della normativa sulla privacy;
f) software – anche in cloud - che automatizzano il processo di raccolta delle informazioni dei
clienti, attuali o potenziali, e la comunicazione con gli stessi (ivi compresi i sistemi c.d. BIG DATA), sistemi di gestione newsletter o i sistemi VoIP;
g) software gestionali specifici per la digitalizzazione (ivi compresi quelli per la fatturazione elettronica, lo storage, workflow)
h) servizi di promozione del sito: posizionamento sui motori di ricerca;
i) implementazione di pagine aziendali su social network;
j) realizzazione sistemi di e-commerce: predisposizione del portfolio prodotti, web design, creazione vetrina e schede prodotti, realizzazione gallery fotografiche, predisposizione testi in lingua per i diversi mercati target, produzione di filmati di approfondimento sui prodotti, webinar;
k) azioni e servizi per sostenere il posizionamento dell’offerta sulle piattaforme e-commerce prescelte; fee di accesso a piattaforme e-commerce; 
l) Servizi AD Words;
m) Campagne promozionali sui social network;
n) Spese di consulenza per promozioni sui social e sul web marketing
Gli investimenti di cui ai punti da g) a l) dovranno essere riconducibili al Brand Umbria attraverso l’inserimento nei siti dei beneficiari del contributo o nella loro campagna promozionale sui social di immagini fotografiche o di video evocativi del territorio o dei prodotti dell’Umbria.
2. Gli investimenti saranno calcolati al netto dell’IVA e dovranno essere comprovati da fatture di spesa che abbiano data compresa fra il 27 Novembre 2018 e il termine previsto per la presentazione della rendicontazione dall’articolo 9.
3. Non sono ammesse a rendicontazione le spese relative a:
- acquisizione di aziende o di rami di aziende e le spese per l’acquisto di beni e servizi forniti da società controllate e/o collegate e/o con assetti proprietari totalmente coincidenti a quelli delle imprese richiedenti;
- spese di mera manutenzione, aggiornamento di siti preesistenti, aggiornamento software;
- materiale di consumo e minuterie;
- spese relative a software per la gestione della contabilità ordinaria e l’amministrazione del personale;
- pagamenti effettuati in contanti e/o tramite compensazione di qualsiasi genere tra il beneficiario ed il fornitore (ad esempio permuta con altri beni mobili, lavori, forniture, servizi, ecc.);
- spese oggetto di autofatturazione;
- gli ordini di pagamento non eseguiti;
- le spese per l’acquisto di beni/impianti usati;
- le spese che risultano non congruenti con le attività del progetto presentato e realizzato
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Grave infortunio in un reparto fonderia Assoluzione dei consulenti esterni

 

Cassazione Penale, Sez. 4, 21 dicembre 2018, n. 57937

Grave infortunio in un reparto fonderia Assoluzione dei consulenti esterni

Grave infortunio in un reparto fonderia. Assoluzione dei consulenti esterni in materia di sicurezza Cassazione Penale, Sez. 4, 21 dicembre 2018, n. 57937. La sentenza impugnata muove da apodittiche affermazioni di responsabilità dei consulenti esterni all’azienda e non offre, nel suo percorso argomentativo, adeguati elementi di riscontro che consentano di considerarli titolari, di fatto, di una specifica posizione di garanzia.
Presidente: MENICHETTI CARLA Relatore: RANALDI ALESSANDRO Data Udienza: 09/10/2018
Fatto
Con sentenza del 5.12.2017 la Corte di appello di Bologna, in parziale riforma della sentenza del Tribunale di Parma, ha condonato la pena inflitta in primo grado a F.F. e ha dichiarato M.S. responsabile, agli effetti civili, del reato a lui ascritto, condannandolo al risarcimento del danno in favore delle parti civili. Per il resto ha quindi confermato la declaratoria di penale responsabilità del F.F. in ordine ai reati colposi di omicidio in danno dei lavoratori F.C. e L.G. e di lesioni personali gravi in danno del lavoratore R.S..
1.1. I predetti lavoratori, tutti dipendenti della S.r.l. T. & C., il 3.11.2004 erano rimasti vittima di un incidente avvenuto all’interno del reparto fonderia della società T., che produce acciai speciali centrifugati.
Secondo quanto accertato in sede di merito, i tre lavoratori si trovavano in prossimità alla conchiglia rotante di una delle macchine centrifughe elettricamente alimentate: erano impegnati nella fase di solidificazione del processo tecnologico di colata centrifuga verticale, attraverso cui dovevano realizzare un getto di leghe d’acciaio inossidabile. In quella fase il contenitore- conchiglia, al cui interno erano stati appena colati 361 Kg di metallo fuso alla temperatura di circa 1.600 gradi, compiva circa 480 giri al minuto, sviluppando internamente una pressione di circa 20 tonnellate e generando una notevolissima spinta dell’acciaio fuso verso l’alto, tendente a sollevare il coperchio – detto “flangia” – rispetto alla sua sede. Purtroppo, a causa della deformazione e del cedimento di due dei tre dispositivi meccanici di trattenuta della flangia (costituiti da spine coniche d’acciaio), quest’ultima si sollevava creando un meato attraverso il quale in pochi istanti fuoriusciva d’improvviso e con violenza una massa di circa 270 Kg di acciaio allo stato liquido, sotto forma di pioggia incandescente; ciò generava un’onda d’urto che sbalzava via le protezioni balistiche di lamiera poste sulla conchiglia, mentre i tre operatori prossimi alla macchina rotante venivano colpiti in varie parti del corpo dal fluido schizzato fuori dalla medesima.
1.2. Rispetto al suddetto evento, si contestano al F.F. e allo M.S. , in cooperazione colposa con G.T. (giudicato separatamente quale datore di lavoro e responsabile del servizio di prevenzione e protezione), i seguenti profili di colpa.
Al F.F., quale libero professionista esterno all’azienda (perito industriale specialista in prevenzione antinfortunistica), legato al T. da un contratto d’opera intellettuale, si addebita di non aver adeguatamente coadiuvato il datore di lavoro nella valutazione globale di tutti i rischi per la sicurezza e la salute dei lavoratori presenti nell’ambito del luogo di lavoro, e nella successiva elaborazione del relativo documento. In particolare, gli si rimprovera di non aver valutato i rischi derivanti dalla messa in servizio e dalle modalità di impiego dell’attrezzatura in questione, malgrado fosse stata autoprodotta e messa in servizio già da alcuni anni, senza un documento progettuale e senza la previa attestazione da parte del costruttore (T.) della sua conformità ai requisiti essenziali di sicurezza e di salute, con dichiarazione CE ed apposizione di marcatura di conformità CE, come imposto dal regolamento “macchine”. Ciò nonostante si trattasse di attrezzatura estremamente pericolosa, generante il gravissimo rischio meccanico di proiezione a distanza di metallo fuso, causato da un’errata concezione del sistema di bloccaggio della flangia, per essere le spine coniche sottodimensionate rispetto alla importante pressione della massa di metallo sulla copertura. Inoltre il macchinario era dotato di protezioni balistiche laterali mobili, anziché fisse, inadeguate allo scopo. Allo stesso modo, i lavoratori solevano indossare dispositivi di protezione individuale assolutamente inadatti rispetto al rischio causato da temperature estreme.
Allo M.S. , quale consulente esterno all’azienda, legato al T. da un contratto d’opera intellettuale, si addebita di non aver adeguatamente coadiuvato il datore di lavoro nella elaborazione dell’attestazione della conformità CE del macchinario in questione ai requisiti essenziali di sicurezza e salute e nella elaborazione del manuale d’uso e manutenzione del medesimo. In particolare, gli si rimprovera che entrambi i predetti documenti risultavano vuoti di contenuto ed avevano un significato solo autoreferenziale.
Sulla scorta di quanto sopra, ad entrambi i professionisti si contesta, essenzialmente, di non aver segnalato le predette situazioni di rischio al datore di lavoro – il quale nel caso specifico, pur essendo anche r.s.p.p., mancava di cognizioni nella materia della prevenzione e protezione dai rischi professionali per i lavoratori -, dovendosi presumere che alla segnalazione avrebbe fatto seguito l’adozione datoriale delle debite misure prevenzionali.
2. La Corte di appello, conformemente a quanto statuito dal primo giudice, ha ritenuto – in estrema sintesi – la responsabilità del F.F. quale soggetto inserito ex contractu nella valutazione dei rischi del ciclo industriale dell’azienda, riconducendo al medesimo l’inadeguato documento di valutazione dei rischi (d.v.r.) redatto ai sensi dell’art. 4 del d.lgs. n. 626/1994.
Quanto alla posizione dello M.S. – che era stato assolto dal Tribunale in quanto era stato ritenuto che l’attività del medesimo si fosse esaurita in una attività di certificazione del macchinario e di formazione del personale, estranea alla materia della sicurezza -, la Corte territoriale, in accoglimento dell’appello proposto dalle sole parti civili, ha ritenuto che invece anch’egli fosse stato investito contrattualmente di adempimenti connessi con la sicurezza del macchinario e con la relativa materia prevenzionistica a tutela dei lavoratori.
3. Avverso tale sentenza propongono distinti ricorsi per cassazione, a mezzo dei difensori, gli imputati F.F. e M.S. .
4. Il F.F. lamenta quanto segue.
I) Inosservanza ed erronea applicazione dell’art. 589, comma 3, cod. pen. e conseguente erronea applicazione della disciplina in tema di prescrizione del reato e di successione delle leggi penali nel tempo.
Denuncia che erroneamente i giudici di merito hanno ritenuto l’unicità del reato ascritto al F.F., mentre è pacifico che si tratta di tre distinti reati (due omicidi ed una lesione personale colposi), unificati solo quoad poenam, trattandosi di un’ipotesi speciale di concorso formale di reati. Ne deriva che le cause estintive trovano applicazione in rapporto ai singoli episodi criminosi, che mantengono la loro autonomia. Osserva pertanto che i reati sono ormai estinti per prescrizione, trovando nel caso applicazione la disciplina più favorevole costituita dalla c.d. legge ex-Cirielli (n. 251/2005), nella formulazione vigente sino al momento dell’entrata in vigore del raddoppio dei termini di prescrizione per il reato di cui all’art. 589, comma 2, cod. pen., in forza del d.l. n. 92/2008, conv. in legge n. 125/2008.
II) Inosservanza dell’art. 468, comma 1, cod. proc. pen. con riferimento all’esame di testi e consulenti indicati nella lista del pubblico ministero, depositata oltre il termine perentorio di sette giorni antecedenti la data fissata per il dibattimento.
Lamenta il tardivo deposito della lista testi della parte pubblica, avvenuto il 3.3.2011, rispetto alla prima udienza dibattimentale fissata dinanzi al Tribunale per il giorno 9.2.2011, e l’erroneità della motivazione con la quale la Corte territoriale ha respinto tale eccezione proposta in sede di gravame, basata sull’argomento che l’ormai avvenuta assunzione dei testi nel contraddittorio delle parti non rende inutilizzabili le relative deposizioni. Di contro, osserva che il termine di cui al primo comma dell’art. 468 cod. proc. pen. è stabilito a pena di inammissibilità, come tale deducibile in ogni stato e grado del processo e non suscettibile di sanatoria, neanche mediante acquiescenza tacita o mancata opposizione della controparte. Né nel caso risulta che il PM sia stato rimesso in termini o che il giudice abbia ammesso tale prova testimoniale quale “prova contraria” o d’ufficio ex art. 507 cod. proc. pen.
Ili) Vizio di motivazione ed erronea applicazione degli artt. 1, comma 4-ter, e 4, commi 1 e 2, d.lgs. n. 626/1994, anche in rapporto all’art. 40, comma 2, cod. pen., in relazione all’asserita assunzione, da parte del F.F., dell’obbligo di valutare il rischio concretatosi negli eventi per i quali è processo.
Rileva come le affermazioni di penale responsabilità formulate, nei confronti del ricorrente, da entrambi i giudici di merito trovano fondamento nel preteso riconoscimento, in capo a costui, dell’obbligo di valutare il rischio che si sarebbe poi concretato nell’evento lesivo e in quelli mortali oggetto del processo. Tuttavia, l’individuazione di una simile posizione di garanzia finisce per scontrarsi con i criteri di allocazione della responsabilità penale derivanti dalla normativa antinfortunistica richiamata; in ogni caso, essa non trova alcun riscontro capace di condurre o ritenere provata una simile circostanza “al di là di ogni ragionevole dubbio”.
Al riguardo deduce che le disposizioni (all’epoca vigenti) del d.lgs. n. 626/1994 stabiliscono che le attività di valutazione dei rischi per la sicurezza dei lavoratori sono poste a carico del datore di lavoro e non sono da lui delegabili. Nel caso di specie il datore di lavoro era il T., che era anche il responsabile del servizio di prevenzione e protezione.
Quanto alla tesi per la quale il F.F. avrebbe assunto un qualche obbligo in relazione alla valutazione dei rischi presenti nell’azienda del T., il ricorrente sostiene che ciò non trova alcun reale riscontro con riferimento al caso concreto: in primo luogo perché ciò non risulta da alcuna espressa pattuizione fra le parti circa i compiti affidati al F.F.. Sebbene la Corte territoriale affermi che il F.F. avesse compiti di generale consulenza proprio per la messa in sicurezza delle macchine, atteso che il T. era persona del tutto inesperta in materia prevenzionistica, una simile lettura si edifica su un compendio probatorio solamente parziale e del tutto insufficiente, in quanto asseverata esclusivamente dalle dichiarazioni rese in dibattimento dal T., soggetto originariamente coimputato del F.F., come tali necessitanti di riscontro esterno, nel caso insussistente.
Quanto al d.v.r. che sarebbe stato redatto dal F.F., il ricorrente evidenzia che la natura di tale documento è assolutamente controversa; che, inoltre, la possibilità di ascrivere tale documento al F.F., nel senso di ritenere costui autore di un vero e proprio d.v.r. incompleto e pertanto censurabile, è conclusione in definitiva apodittica. Trattasi, invero, di una mera check-list, utile e funzionale a svolgere l’attività di valutazione dei rischi sulla cui base redigere, poi, il vero e proprio d.v.r., secondo quanto dichiarato dai consulenti della difesa, sulle cui deposizioni la Corte di appello non ha fornito alcuna motivazione. Le stesse dichiarazioni del funzionario dell’ASL B., che aveva affermato il carattere generico di tale documento, supportava la conclusione che esso fosse una mera check-list, antecedente e funzionale all’elaborazione di un vero e proprio d.v.r. Quanto poi alla individuazione dell’autore di tale documento, mai sottoscritto dal F.F., osserva che la stessa dicitura iniziale contenuta nello stesso individua il F.F. quale mero consulente con il quale sarebbero stati adottati “I criteri di analisi della valutazione dei rischi”, con compiti quindi di assistenza nella individuazione dei criteri su cui la valutazione dei rischi vera e propria si sarebbe dovuta fondare, ad ulteriore conferma che si tratta di linee guida e non del documento effettivo.
Deduce che un soggetto estraneo all’organizzazione aziendale a cui sia affidata una generica consulenza non possa essere chiamato a condividere la generale responsabilità del datore di lavoro. Nessun dato contrattuale depone nel senso che al F.F. fosse stato affidato l’ambito della messa in sicurezza delle macchine che consentono di colare il metallo fuso, con compiti specifici di redazione di un adeguato d.v.r. Né risulta una delega espressa in tal senso. Inoltre, la valutazione dei rischi specifici della macchina centrifuga risulta svolta da soggetti diversi dal F.F.. Di qui l’apoditticità dell’inferenza dei giudici bolognesi, secondo cui il T., avvalendosi di consulenti esterni (tra cui il F.F.), avrebbe demandato agli stessi un obbligo permanente di adottare misure necessarie per la sicurezza e la salute dei lavoratori.
IV) Erronea applicazione dell’art. 41 cod. pen., con riguardo all’interruzione del nesso causale tra la condotta del F.F. e gli eventi contestati. Inosservanza delle norme in tema di responsabilità colposa ex art. 43 cod. pen.
Deduce che il prevenuto ha fornito al T. delle linee guida in relazione agli approfondimenti ed agli accertamenti da svolgere ai fini della valutazione e della redazione del documento ex art. 4 d.lgs. n. 626/1994, adempiendo in modo puntuale all’attività di consulenza richiestagli. Il mancato o insufficiente svolgimento delle verifiche assume valenza di causa sopravvenuta da sola sufficiente a determinare l’evento.
Rileva che anche partendo dal diverso presupposto che il F.F. abbia fornito al T. un vero d.v.r., tuttavia inadeguato rispetto alle attività svolte nell’azienda, il nesso di causalità risulterebbe comunque interrotto. Infatti, atteso che il preteso d.v.r. sarebbe relativo alla valutazione dei rischi in generale presenti nell’azienda e non di quelli concernenti la specifica macchina centrifuga, rileva come il sinistro verificatosi si connoti per la propria abnormità rispetto all’attività che sarebbe stata richiesta al F.F., attenendo alla progettazione e realizzazione della macchina.
Deduce, inoltre, che il F.F. non verserebbe comunque in colpa rispetto al sinistro, avuto riguardo al fatto che altri avevano progettato e costruito il macchinario e altri avevano proceduto alla specifica attività di verifica dei rischi ad esso riconducibili. Né è emersa alcuna evidenza che il F.F. fosse stato portato a conoscenza di eventuali problemi di tenuta delle spine coniche.
V) Travisamento della prova in ordine alla natura del documento erroneamente inteso come d.v.r. ex art. 4 d.lgs. n. 626/1994, alla sua riconducibilità come tale al F.F., al coinvolgimento del medesimo nella valutazione dei rischi della macchina centrifuga da cui è scaturito il sinistro.
Deduce che i giudici abbiano pretermesso ogni considerazione di elementi probatori emersi .in ordine al fondamentale aspetto della natura da riconoscere al c.d. documento di valutazione dei rischi, con particolare riguardo a quanto riferito dai consulenti della difesa FA. e BA., che ne hanno escluso tale natura, e rispetto ai quali la Corte territoriale nulla ha osservato.
Sulla riconducibilità di tale documento al F.F., deduce che esso non risulta sottoscritto dal medesimo e costui viene indicato solo come consulente interpellato per la individuazione dei criteri sulla cui base sarebbe poi stata effettuata la verifica dei rischi.
Neanche risulta agli atti che il F.F. sia stato incaricato di regolarizzare la macchina centrifuga per la sicurezza, visto che l’analisi dei rischi del macchinario risulta effettuato e sottoscritto da soggetti diversi dal F.F. (T. e A.).
VI) Vizio di motivazione con riferimento alla valutazione del grado di colpa ascrivibile al F.F. e del conseguente quantum di pena inflitta al medesimo.
Deduce che l’affermazione contenuta in sentenza secondo cui sarebbe marcato il grado di colpa del F.F. in quanto il T. era persona del tutto inesperta in materia di prevenzione, è destituita di fondamento, trattandosi di soggetto che ricopriva il ruolo di r.s.p.p., per cui è richiesta la frequenza di apposito corso di formazione. Talché, un simile dato finisce per inficiare la valutazione espressa dalla Corte di appello in ordine al disvalore che connoterebbe la condotta del F.F., con le connesse conseguenze in punto di valutazione circa la congruità del trattamento sanzionatorio.
5. Lo M.S.  lamenta quanto segue.
I) Erronea applicazione della legge penale in relazione agli artt. 28 e 31, comma 3, d.lgs. n. 81/2008e in relazione al d.P.R. 495/1996 (ndr. d.P.R. 459/1996), c.d. “Regolamento macchine”.
Lamenta che la Corte territoriale abbia ritenuto, erroneamente, l’obbligo di sicurezza del datore di lavoro del tutto sovrapponibile a quello del progettista e costruttore di macchine. Le critiche mosse al T., infatti, al di là del suo ruolo datoriale, attengono al suo ruolo di progettista e costruttore della macchina centrifuga coinvolta nell’incidente. Il regolamento macchine prescrive che il fabbricante deve effettuare un’analisi dei rischi concernenti la sua macchina, e deve progettarla e costruirla tenendo presente l’analisi. Ne discende come non sia possibile ritenere che la legge abbia duplicato la posizione di garanzia, tipica del costruttore-progettista, verso altri soggetti, sulla generica base della qualifica di consulente esterno per la sicurezza. La valutazione dei rischi di cui all’art. 28 cit. deve ricercare tutti i rischi, ma sicuramente non quelli dei quali non sia possibile “apprezzarne la sussistenza con l’ordinaria diligenza”.
L’erronea applicazione della legge penale discende, pertanto, dall’avere sovrapposto le competenze, in termini di analisi dei rischi, del progettista a quelle del r.s.p.p., che può limitarsi a prendere atto soltanto dei rischi di una macchina immediatamente percepibili, mentre nel caso il T. non si era reso conto della inadeguatezza delle “spine coniche di fissaggio” da lui stesso costruite.
Lo M.S. , nella sua qualità di consulente esterno della sicurezza, non aveva alcun obbligo di verificare l’idoneità delle “spine coniche di fissaggio” e, tanto meno, di accorgersi della loro inidoneità “a occhio”, di rivisitare la macchina in tutti i suoi aspetti, se non mediante un esplicito incarico in tal senso da parte del T..
Rileva che è privo di riscontro il convincimento della Corte territoriale che la deformazione delle spine coniche durante l’uso fosse la conseguenza della loro inadeguatezza sotto il profilo del calibro. Non risulta inoltre provato che T. si fosse rivolto ai consulenti esterni perché si era reso conto della inidoneità delle spine coniche di fissaggio, né che tale problematica sia stata comunicata agli stessi.
A proposito della marcatura CE e della redazione del manuale d’uso della macchina, il ricorrente osserva che si tratta di adempimenti che non avrebbero consentito di prendere atto del difetto delle spine coniche di fissaggio e comunque non connessi con la sicurezza della centrifuga in termini progettuali.
II) Vizio di motivazione in relazione alle contestazioni formulate nei confronti di M.S. di avere coadiuvato il datore di lavoro nella elaborazione dell’attestazione di conformità CE del macchinario ai requisiti essenziali di sicurezza (RES), di avere elaborato il manuale d’uso e manutenzione della macchina e il documento relativo alle soluzioni adottare per il rispetto dei requisiti essenziali di sicurezza e salute.
Deduce che il giudice di primo grado, sulla base della documentazione e delle testimonianze acquisite, aveva attribuito al ricorrente una mera attività di consulenza per l’ottenimento del certificato di qualità EN ISO. La Corte di appello invece, senza confutare le argomentazioni del primo giudice, rileva che la paternità di M.S.  del documento RES derivi dal documento datato 2.8.2002, nel quale si fa riferimento alla analisi dei rischi e risposta ai requisiti essenziali di sicurezza per la macchina centrifuga. Ma al documento in questione non hanno fatto seguito prove sulla effettiva attuazione del programma contenuto in quel documento. In conclusione, M.S. , non essendo il progettista della macchina non avrebbe potuto entrare nel merito della corretta progettazione delle spine coniche di fissaggio.
Con riferimento alla elaborazione dell’attestazione di conformità CE del macchinario, il giudice di primo grado aveva escluso la sua riferibilità allo M.S.  in quanto il consulente tecnico del PM rilevava come in concreto la macchina centrifuga ne fosse priva. La Corte di appello, lungi dal confutare tale argomentazione, sostiene addirittura che la riconducibilità del documento allo M.S. derivi dalle dichiarazioni rese in dibattimento dal consulente della difesa arch. Carretta.
Con riferimento al manuale d’uso e manutenzione della macchina, il giudice di primo grado aveva escluso la sua riferibilità a M.S. , avendo lo stesso T. affermato che la provenienza del documento era interna all’azienda. La Corte di appello, di contro, richiama la testimonianza di Carretta e le dichiarazioni del T., non sicure sul punto. Peraltro il manuale, in quanto documento differente dalla progettazione di un macchinario, non entra sicuramente nel merito delle scelte progettuali, e quindi di dimensionamento dei componenti della macchina come le spine coniche di fissaggio. M.S. è stato l’autore del solo fascicolo tecnico, da intendersi come mero contenitore di tutti gli altri documenti in precedenza redatti da altri soggetti. Né risulta dimostrato il nesso di causalità tra le condotte omissive di cui si discute e l’evento.
VI) Denuncia la violazione dei principi in tema di motivazione rafforzata e del canone di giudizio “al di là di ogni ragionevole dubbio”.
Deduce il vizio di motivazione della sentenza impugnata, che insinua il sospetto del mancato superamento del confine del “ragionevole dubbio”, in quanto non appare delineata con la dovuta certezza la riferibilità a M.S. della redazione dei documenti contestati, attribuendogli una sorta di responsabilità oggettiva ed un’assertiva sussistenza del nesso causale tra la condotta contestata e l’evento.
Osserva che non si può imputare allo M.S. una posizione di garanzia, rectius un dovere di gestione di questo specifico rischio derivante dal sottodimensionamento delle spine coniche di fissaggio della centrifuga, in quanto non rientrante nella sfera del rischio che questi era stato chiamato a governare. Non era suo compito individuare la presenza di vizi occulti di progettazione.
Diritto
Sul ricorso di F.F.
1. Il primo motivo, con il quale si deduce l’inosservanza e l’erronea applicazione dell’art. 589, comma 3, cod. pen. e la conseguente erronea applicazione della disciplina in tema di prescrizione del reato e di successione delle leggi penali nel tempo, è infondato.
Esso si fonda sull’erroneo presupposto che la disciplina più favorevole, costituita dalla legge n. 251/2005 (c.d. ex-Cirielli), nella formulazione vigente sino al momento dell’entrata in vigore del d.l. n. 92/2008 (conv. nella legge n. 125/2008), non prevedesse il raddoppio dei termini di prescrizione per il reato di cui all’art. 589, comma 2, cod. pen.
Non è così.
La citata modifica del 2008 ha solo aumentato la pena edittale del reato di omicidio colposo e aggiunto, all’art. 157 cod. pen., l’ipotesi del quarto comma dell’art. 589 cod. pen., ai fini del raddoppio dei termini di prescrizione. Di contro, per la fattispecie di cui al secondo comma dell’art. 589 cod. pen. (omicidio colposo aggravato dalla violazione della normativa antinfortunistica) ha sempre operato il raddoppio dei termini di prescrizione, sin dalla originaria emissione della legge ex-Cirielli. Ne discende che per tale ipotesi di reato il termine massimo di prescrizione è sempre stato di 15 anni.
E’ poi vero che al F.F. risultano contestati tre distinti reati costituiti da due episodi di omicidio colposo (in danno dei lavoratori F.C. e L.G.) e da un episodio di lesioni personali colpose gravi nei confronti del R.S., unificati in concorso formale ai sensi del terzo comma (oggi quarto comma) dell’art. 589 cod. pen.; sicché, quantomeno per il delitto di lesioni colpose di cui all’art. 590 cod. pen., sarebbe ormai intervenuta la prescrizione, stante il termine massimo pari a sette anni e mezzo previsto per tale ipotesi di reato. Tuttavia, non si ritiene in questa sede di dover pronunciare declaratoria di estinzione del predetto reato, in ragione di quanto si dirà nel prosieguo della trattazione in merito alla posizione di responsabilità del F.F..
2. E’ parimenti infondato il secondo motivo, con il quale si deduce l’inosservanza dell’art. 468, comma 1, cod. proc. pen. con riferimento all’esame di testi e consulenti indicati nella lista tardivamente depositata dal pubblico ministero.
Sulla questione, la prevalente giurisprudenza della Corte di cassazione ritiene comunque utilizzabile la prova, tenuto conto dei poteri attribuibili al giudice di ammissione ex officio delle prove ritenute rilevanti ai fini della decisione. Nel caso di specie, è pacifico che le prove orali di cui si tratta sono state ammesse ed acquisite dal giudice in dibattimento. Solo in sede di appello ne è stata eccepita la inammissibilità. Ma una volta assunte, tali prove non possono essere considerate inutilizzabili, posto che l’art. 507 cod. proc. pen. consente al giudice di assumere d’ufficio anche prove irregolarmente indicate dalle parti, ed in ogni caso non sussiste un divieto di assunzione che possa attivare la sanzione di inutilizzabilità prevista dall’art. 191 cod. proc. pen. (cfr. Sez. 2, n. 31882 del 30/06/2016, Cicconetti, Rv. 26750501; Sez. 5, n. 8394 del 02/10/2013 – dep. 2014, Tardiota, Rv. 25904901; Sez. 5, n. 15325 del 10/02/2010, Cascio, Rv. 24687301).
3. Il terzo motivo, piuttosto articolato, con il quale si deduce il vizio di motivazione e l’erronea applicazione degli artt. 1, comma 4-ter, e 4, commi 1 e 2, d.lgs. n. 626/1994, anche in rapporto all’art. 40, comma 2, cod. pen., in relazione all’asserita assunzione, da parte del F.F., dell’obbligo di valutare il rischio concretatosi negli eventi per i quali è processo, è fondato.
Al riguardo, si osserva, in sintesi, che dalla lettura della sentenza impugnata si ricava che la posizione del F.F. è stata sostanzialmente equiparata a quella del datore di lavoro, attribuendo al prevenuto la peculiare posizione di un vero e proprio “garante di fatto” a tutela dei lavoratori, senza però che la Corte territoriale abbia fornito in motivazione un ragionamento probatorio adeguato ed idoneo a specificare le esatte mansioni attribuite al F.F. e le modalità di effettivo inserimento del medesimo nella struttura aziendale, né tantomeno la sicura incidenza della sua asserita condotta omissiva nella verificazione dell’evento.
La sentenza impugnata muove da apodittiche affermazioni in ordine alla posizione di garanzia del F.F. – che in verità risulta pacificamente un consulente esterno all’azienda – e non offre, nel suo percorso argomentativo, adeguati elementi di riscontro che consentano di avere contezza della effettiva estensione oggettiva dell’incarico affidato al medesimo da parte del datore di lavoro, in maniera tale da poterlo considerare, in luogo di un semplice consulente esterno, un vero e proprio titolare, di fatto, di una specifica posizione di garanzia, come sembra evincersi dall’argomentare della Corte di appello. In effetti, la sentenza impugnata delinea la posizione del F.F. in termini di longa manus del datore di lavoro, con particolare riguardo a quanto a lui addebitato in ordine alla inadeguata valutazione dei rischi da cui sono derivati gli eventi letali per cui è processo, ma lo fa con argomentazioni apodittiche e contraddittorie.
4. In termini generali, sarà utile ricordare che, sulla base della normativa di settore e per giurisprudenza costante, è il datore di lavoro ad essere il primo destinatario del generale obbligo di sicurezza di cui all’art. 2087 cod. civ., in quanto garante dell’incolumità fisica dei prestatori di lavoro (Sez. 4, n. 4361 del 21 ottobre 2014, Ottino, Rv. 26320001); è sempre il datore di lavoro che è tenuto, a norma degli arti. 3 e 4 del d.lgs. 626/1994 (oggi meglio delineati dagli artt. 17 e 18 del .dlgs n. 81/2008), alla redazione del documento di valutazione dei rischi (Sez. 4, n. 45808 del 27 giugno 2017, Catrambone ed altro, Rv. 27107901), del piano operativo di sicurezza (Sez. 4, n. 31304 del 19 aprile 2013, Giorgi, Rv. 25595301), nonché alla nomina del responsabile del servizio di prevenzione e protezione (RSPP). Si tratta di obblighi non delegabili, tranne che in presenza di rischi particolarmente complessi e specifici che richiedano la presenza di un soggetto altamente specializzato. Ad ogni modo, il conferimento a terzi della delega relativa alla redazione dei suddetti documenti non esonera il datore di lavoro dall’obbligo di verificarne l’adeguatezza e l’efficacia (Sez. 4, n. 27295 del 2 dicembre 2016, Furlan, Rv. 27035501; Sez. 4, n.22147 del 11 febbraio 2016, Morini, Rv. 26685901). È inoltre sempre sul datore di lavoro che grava il fondamentale obbligo di formazione ed informazione dei lavoratori (Sez. 4, n. 39765 del 19 maggio 2015, Vallani, Rv. 26517801; Sez. 4, n. 21242 del 12 febbraio 2014, Nogherot, Rv. 25921901).
In ambito aziendale sono poi individuabili altre figure destinatarie della normativa prevenzionistica, e come tali titolari di distinte posizioni di garanzia in quanto incarnano distinte funzioni e diversi livelli di responsabilità organizzativa e gestionale.
Abbiamo così il dirigente, che costituisce il livello di responsabilità intermedio e che è tenuto a cooperare con il datore di lavoro nell’assicurare l’osservanza della disciplina legale nel suo complesso; trattasi di ruolo conformato ai poteri gestionali di cui dispone concretamente, in quanto ciò che rileva non è solo e non tanto la qualifica astratta, ma anche e soprattutto la funzione assegnata e svolta.
Il preposto, infine, è colui che sovraintende alle attività, attua le direttive ricevute controllandone l’esecuzione, sulla base e nei limiti di poteri gerarchici e funzionali adeguati alla natura dell’incarico.
Si tratta di definizioni di carattere generale che subiscono specificazioni in relazione a diversi FA., quali il settore di attività, la conformazione giuridica dell’azienda, la sua concreta organizzazione, le sue dimensioni.
E’ evidente che in un’organizzazione di qualche complessità vi siano diverse persone, con diverse competenze, chiamate a ricoprire i ruoli in questione. Queste considerazioni di principio evidenziano che nell’ambito dello stesso organismo può riscontrarsi la presenza di molteplici figure di garanti. Ciò suggerisce che l’individuazione della responsabilità penale passa attraverso una accurata analisi delle diverse sfere di competenza gestionale ed organizzativa all’interno di ciascuna istituzione. Dunque, rilevano da un lato le categorie giuridiche, i modelli di agente, dall’altro i concreti ruoli esercitati da ciascuno. Si tratta, in breve, di una ricognizione essenziale per un’imputazione che voglia essere personalizzata, in conformità ai sommi principi che governano l’ordinamento penale; ciò al fine di evitare l’indiscriminata, quasi automatica attribuzione dell’illecito a diversi soggetti (si tratta di considerazioni contenute nella motivazione della fondamentale sentenza delle Sez. U, n. 38343 del 24/04/2014, Espenhahn e altri).
5. La sentenza impugnata non si è attenuta a tali fondamentali principi di imputazione oggettiva del reato omissivo improprio derivante da colpa, che richiede una accurata e specifica individuazione delle concrete mansioni e competenze attribuite al soggetto individuato come garante, in maniera tale da poterne affermare la responsabilità penale per non aver impedito l’evento.
5.1. Il ragionamento della Corte territoriale parte dal presupposto che l’evento letale sia stato principalmente causato dal sottodimensionamento delle tre spine coniche destinate alla tenuta della copertura della macchina centrifuga realizzata dal T. (datore di lavoro). Tali spine, durante le lavorazioni, si piegavano saltuariamente con l’andare del tempo, per cui venivano di tanto in tanto sostituite. Il T. era ben consapevole di tale problema, visto che anche lui era solito lavorare presso le macchine. Ne desume la Corte, del tutto congetturalmente, che tale problematica sia stata comunicata ai consulenti. E’ comunque pacifico che la macchina venne progettata e messa in opera dallo stesso T., privo di titoli di studio comprovanti conoscenze tecniche professionali relative alla fonderia in generale o alla colata centrifuga verticale in particolare, sicché la Corte ribadisce che le gravi anomalie e carenze strutturali della macchina e del suo sistema di bloccaggio siano da ascrivere principalmente al T. stesso, che la ideò, progettò e realizzò in maniera del tutto empirica.
5.2. Da tali presupposti, del tutto condivisibili, la sentenza impugnata, passando a valutare la posizione del F.F., in maniera del tutto apodittica e contraddittoria afferma perentoriamente che costui, pur essendo pacificamente un consulente esterno incaricato di collaborare alla valutazione dei rischi ai sensi dell’art. 4 d.lgs. 626/1994, avrebbe potuto e dovuto «entrare nel merito delle scelte progettuali di una macchina utensile» e avrebbe avuto «l’obbligo giuridico di rivedere un progetto realizzato da altri, e valutare se esso progetto risulti adeguato in termini di sicurezza». Tutto ciò in funzione del fatto che il F.F. «fosse in collaborazione con il T. da molti anni (più di dieci) e quindi in un’azienda – tra l’altro non particolarmente grande – ed ha certamente avuto modo di visionare tutta la strumentazione ed i macchinari della produzione». Ne deduce che se un soggetto, come il F.F., «si inserisce ex lege o ex contractu nella valutazione dei rischi del ciclo industriale e questo è comunque avviato ed in atto (…) non è esente da (co)responsabilità».
Si tratta di passaggi argomentativi che si rivelano assolutamente apodittici e congetturali, poiché non spiegano, in concreto, sulla base di quali elementi specifici si debba ritenere che la posizione di consulente esterno del F.F., ai fini della valutazione dei rischi aziendali, imponesse al medesimo non soltanto di coadiuvare il datore di lavoro in tale attività finalizzata alla redazione del documento di valutazione dei rischi – il cui obbligo, va qui ribadito, ricade interamente sul datore di lavoro -, ma anche di entrare nel dettaglio delle caratteristiche progettuali della macchina centrifuga, con specifico onere di revisionare l’intero progetto al fine di valutarne le eventuali falle in termini di sicurezza.
5.3. E’ poi del tutto inaccettabile e vuota di significato l’affermazione contenuta nella sentenza impugnata, secondo cui l’inserimento di un qualsiasi soggetto nella valutazione dei rischi del ciclo industriale non lo esenta da corresponsabilità. In linea generale, avvalersi di consulenti non implica necessariamente il trasferimento degli obblighi di protezione dal datore di lavoro ai soggetti esterni all’azienda, come sembra erroneamente affermare la Corte di appello: semmai è sempre il datore di lavoro (assistito dal r.s.p.p., che nel caso coincidono) che è tenuto per legge ad adottare le opportune misure precauzionali. Si deve, piuttosto, qui ribadire che i principi di imputazione oggettiva e soggettiva del reato colposo commissivo mediante omissione impongono di esaminare in maniera accurata le modalità di inserimento e le specifiche attribuzioni del soggetto all’interno del ciclo aziendale, al fine di delinearne una eventuale posizione di responsabilità quale soggetto garante del bene tutelato.
Nel caso di specie la Corte territoriale, del tutto contraddittoriamente, pur riconoscendo che al F.F. non risulta attribuita alcuna delega in materia di sicurezza, desume la sua posizione di “garante di fatto” sulla base di «una consulenza, sia pure generalizzata», in relazione alla messa in sicurezza delle macchine. Tuttavia, di tale “consulenza generalizzata”, non è dato evincere – dalla sentenza impugnata – alcun contenuto effettivo e specifico. In altri termini, non si ha contezza degli esatti compiti contrattualmente attribuiti al consulente F.F. (ma il discorso vale anche per lo M.S. , su cui v. infra), in assenza di una pattuizione espressa fra le parti. Il convincimento della Corte di merito si basa esclusivamente sulle generiche dichiarazioni del T. (coimputato le cui dichiarazioni necessiterebbero di riscontri), secondo cui il F.F. «si occupava della valutazione dei rischi inerente tutta l’azienda».
Appare evidente che una simile motivazione non soddisfa i requisiti richiesti dalla giurisprudenza di legittimità ai fini della esatta individuazione di una posizione di garanzia in capo al F.F., che viene desunta in termini assolutamente apodittici e congetturali.
5.4. Si deve qui ribadire che, in tema di reati omissivi colposi, la posizione di garanzia – che può essere generata da investitura formale o dall’esercizio di fatto delle funzioni tipiche delle diverse figure di garante – deve essere individuata accertando in concreto la effettiva titolarità del potere dovere di gestione della fonte di pericolo, alla luce delle specifiche circostanze in cui si è verificato il sinistro (Sez. 4, n. 19029 del 01/12/2016 – dep. 2017, De Nardis, Rv. 26960201).
5.5. La sentenza impugnata offre un percorso motivazionale che non ricostruisce in maniera accurata la fonte ed il contenuto della ritenuta posizione di garanzia del consulente esterno all’azienda, né la sua eventuale cooperazione colposa, non avendo individuato in maniera specifica l’estensione oggettiva del suo incarico, al di là di generiche affermazioni che stridono con il canone di giudizio «al di là di ogni ragionevole dubbio». Il ragionamento della Corte di appello, che estende automaticamente tale posizione al consulente, è inaccettabile e contrario alle disposizioni legislative in materia antinfortunistica, che individuano nel datore di lavoro, nel r.s.p.p. ed eventualmente nei dirigenti e soggetti preposti interni all’azienda i garanti dei rischi dei lavoratori e gli unici destinatari della normativa prevenzionistica.
Ciò non significa che un consulente esterno non possa essere chiamato a rispondere di eventuali comportamenti colposi che abbiano contribuito, in cooperazione colposa ex art. 113 cod. pen. con le figure dianzi indicate – principali destinatarie degli obblighi prevenzionistici in materia di infortuni sul lavoro – all’aggravamento del rischio, fornendo un contributo causale giuridicamente apprezzabile alla realizzazione dell’evento (Sez. 4, n. 43083 del 03/10/2013, Redondi e altro, Rv. 25719701). Occorre, però, che una simile condotta di cooperazione colposa sia correttamente analizzata e specificamente individuata sulla base di un ragionamento probatorio che dia adeguato conto, al di là di ogni ragionevole dubbio, della sua esistenza e riconducibilità al prevenuto in termini di prevedibilità e prevenibilità dell’evento.
5.6. Da quanto sopra discende che la sentenza impugnata deve essere annullata nei confronti del F.F., con rinvio per nuovo giudizio alla competente Corte di merito che si atterrà ai principi sopra indicati. In tale statuizione rimangono assorbiti i restanti motivi di censura.
Sul ricorso di  M.S. 
6. I motivi di ricorso, che possono essere trattati congiuntamente in quanto fra loro strettamente connessi, sono fondati e meritevoli di accoglimento sulla base delle seguenti considerazioni.
7. Si devono, intanto, richiamare anche per lo M.S. le considerazioni già svolte per il F.F. in merito alla necessità, nel giudizio di responsabilità penale, di ricostruire in maniera accurata la posizione di garanzia a lui attribuita alla luce di elementi concreti e specifici che consentano di ricostruire le sue esatte mansioni e competenze nell’ambito della valutazione dei rischi aziendali che hanno contribuito a determinare l’evento lesivo per cui si procede; trattasi di operazione valutativa che anche per lo M.S. è stata svolta in maniera largamente carente e inadeguata nella sentenza impugnata.
Con specifico riferimento allo M.S. , il ragionamento probatorio della Corte di merito è ancora più carente di quello svolto per il F.F., e foriero di conseguenze ben più gravi, in termini di vizio motivazionale deducibile in cassazione, rispetto a quanto statuito nei confronti del F.F.. Ciò in quanto lo M.S. , a differenza del F.F., era stato assolto dal giudice di primo grado, sulla base di argomentazioni che la sentenza di appello omette di confutare in maniera specifica, limitandosi sostanzialmente a ricondurre l’attività del consulente in un ambito di generica tutela della sicurezza dei lavoratori, senza che sia dato comprendere quali sarebbero stati gli esatti obblighi a carico dello M.S. – a tutela dei lavoratori – derivanti dalla attività di consulenza prestata in favore del T..
8. Al riguardo, occorre qui ribadire il principio enunciato da lungo tempo dalla giurisprudenza della Corte di cassazione (sin da Sez. 1, n. 1381 del 16/12/1994 – dep. 1995, Felice ed altro, Rv. 20148701), secondo il quale la decisione del giudice di appello, che comporti totale riforma della sentenza di primo grado, impone la dimostrazione dell’incompletezza o della non correttezza ovvero dell’incoerenza delle relative argomentazioni, con rigorosa e penetrante analisi critica seguita da completa e convincente dimostrazione che, sovrapponendosi in toto a quella del primo giudice, dia ragione delle scelte operate e del privilegio accordato ad elementi di prova diversi o diversamente valutati. Inoltre, il giudice di appello, allorché prospetti ipotesi ricostruttive del fatto alternative a quelle ritenute dal giudice di prima istanza, non può limitarsi a formulare una mera possibilità, come esercitazione astratta del ragionamento, disancorata dalla realtà processuale, ma deve riferirsi a concreti elementi processualmente acquisiti, posti a fondamento di un iter logico che conduca, senza affermazioni apodittiche, a soluzioni divergenti da quelle prospettate da altro giudice di merito.
In buona sostanza, la totale riforma della sentenza di primo grado impone al giudice di appello di raffrontare il proprio decisum, non solo con le censure dell’appellante, ma anche con il giudizio espresso dal primo giudice, che si compone sia della ricostruzione del fatto che della valutazione complessiva degli elementi probatori, nel loro valore intrinseco e nelle connessioni tra essi esistenti.
Sul tema in disamina la giurisprudenza della Suprema Corte ha elaborato il concetto di “motivazione rafforzata”, per esprimere, con la forza semantica del lemma, il più intenso obbligo di diligenza richiesto al giudice di secondo grado, sia nel caso di pronuncia di condanna in seguito ad assoluzione pronunciata dal primo giudice (Sez. 6, n. 10130 del 20/01/2015, Marsili, Rv. 26290701; Sez. U, n. 33748 del 12/07/2005, Mannino, Rv. 23167901), sia nel caso di pronuncia di assoluzione a seguito di precedente sentenza di condanna (Sez. 3, n. 29253 del 05/05/2017, P.C. in proc. C, Rv. 27014901; Sez. 4, n. 4222 del 20/12/2016 – dep. 2017, P.C. in proc. Mangano e altro, Rv. 26894801; anche se nel caso di ribaltamento assolutorio in appello non mancano voci dissonanti: cfr. Sez. 3, n. 46455 del 17/02/2017, Pg e pc in proc. M, Rv. 27111001).
Si tratta di giurisprudenza che è andata successivamente sviluppandosi alla luce della lettura della innovazione introdotta nel 2006 (art. 5 legge 20 febbraio 2006, n. 46) con la modifica dell’art. 533 cod. proc. pen. e l’introduzione del canone dell’ “al di là di ogni ragionevole dubbio”. Si ritiene che esso implichi che, in mancanza di elementi sopravvenuti, la valutazione peggiorativa compiuta nel processo d’appello sullo stesso materiale probatorio acquisito in primo grado, debba essere sorretta da argomenti dirimenti, tali da rendere evidente l’errore della sentenza assolutoria, la quale deve rivelarsi, rispetto a quella d’appello, non più razionalmente sostenibile, per essere stato del tutto fugato ogni ragionevole dubbio sull’affermazione di colpevolezza. Perché possa dirsi rispettato il canone dell’oltre ogni ragionevole dubbio non è, dunque, più sufficiente una mera diversa valutazione caratterizzata da pari o addirittura minore plausibilità rispetto a quella operata dal primo giudice, occorrendo invece una forza persuasiva superiore, tale da far cadere “ogni ragionevole dubbio”, in qualche modo intrinseco alla stessa situazione di contrasto. Ciò anche sulla scorta del principio secondo cui la condanna presuppone la certezza della colpevolezza, mentre l’assoluzione non presuppone la certezza dell’innocenza, ma la mera non certezza della colpevolezza (Sez. 6, n. 40159 del 03/11/2011, Galante, Rv. 25106601).
9. Alla luce di quanto sopra si deve osservare che le doglianze del ricorrente colgono nel segno laddove evidenziano che l’impugnata sentenza, nel riformare in condanna – sia pure ai soli effetti civili – la sentenza assolutoria di primo grado, non ha rispettato l’onere motivazionale di supportare la decisione con un corredo argomentativo rispettoso dei sopra delineati principi in tema di motivazione rafforzata.
9.1. La pronuncia del primo giudice aveva, in sintesi, motivatamente evidenziato che l’incarico dello M.S. per la ditta del T. aveva avuto luogo per circa un anno, dal febbraio 2002 al marzo 2003; il suo ruolo era stato quello di predisporre la documentazione tecnica che afferisce alla macchina centrifuga in relazione al processo di certificazione di qualità della stessa per l’ottenimento del certificato di qualità EN ISO. Quindi un’attività di consulenza rivolta essenzialmente al mantenimento e miglioramento dei sistemi di qualità, attività affatto diversa rispetto alla consulenza o alla collaborazione in materia di sicurezza per i lavoratori.
9.2. La Corte di appello ha completamente ribaltato tale prospettiva, inserendo l’attività dello M.S. , anche in questo caso del tutto apoditticamente, in un più generale processo di “messa a norma” del macchinario avvenuto, con singolare rovesciamento dei tempi fisiologici di vita della macchina, in epoca successiva alla messa in funzione del macchinario medesimo; sicché la “presa di coscienza” del T. avrebbe ineluttabilmente coinvolto chiunque avesse ricevuto un qualsiasi incarico diretto a tale singolare “regolarizzazione” ex post della macchina. Secondo la Corte distrettuale, anche lo M.S. avrebbe dovuto preoccuparsi di individuare i dispositivi di protezione più adatti per la sicurezza dei lavoratori, di fatto sostituendosi al datore di lavoro nella verifica completa delle caratteristiche progettuali del macchinario.
Come già riscontrato per il F.F., anche allo M.S. viene attribuito uno specifico ruolo di controllo e di verifica della sicurezza del macchinario che non è dato evincere da alcun elemento specifico indicato in sentenza; la responsabilità del consulente viene desunta, per lo più, da generiche affermazioni che attengono, più correttamente, alla posizione di responsabilità del datore di lavoro in materia di sicurezza, salvo ricondurre apoditticamente anche ai consulenti del medesimo una posizione di corresponsabilità che, però, è affermata in maniera astratta e non è sorretta, nel percorso argomentativo dei giudici di appello, da dati concreti, idonei a fondare in maniera congrua e logica, oltre che corretta in diritto, l’asserita corresponsabilità del consulente esterno.
La sentenza impugnata ricava essenzialmente la responsabilità dello M.S. dalla sua posizione di consulente esterno chiamato dal datore di lavoro ad occuparsi dei profili di certificazione di qualità del macchinario, profili che, in quanto in qualche modo connessi con la problematica della sicurezza e pericolosità del macchinario, imporrebbero anche al consulente, così come al datore di lavoro, di salvaguardare i lavoratori da tutti i possibili pericoli e rischi derivanti dall’utilizzo del macchinario medesimo.
Si tratta, come è evidente, di un’argomentazione che, oltre ad essere assolutamente generica ed apparente, contiene chiari errori in diritto, non potendo ricavarsi da un soggetto esterno all’azienda, che collabori con il datore di lavoro in ordine alla redazione di documentazione tecnica diretta a regolarizzare, in senso lato, il macchinario in questione, una automatica posizione di garanzia in materia antinfortunistica che si aggiunge a quella specifica del datore di lavoro. Tutto ciò, peraltro, in totale assenza di un serio apprezzamento degli specifici profili colposi addebitabili al consulente, nell’ambito di una corretta valutazione ex ante e non ex post, come invece sembra aver fatto la Corte di appello, laddove imputa allo M.S. sostanzialmente di non aver adottato le necessarie misure di sicurezza, consentendo la permanenza in azienda di un macchinario pericoloso.
9.3. Sul punto, peraltro, appare corretto il ragionamento del ricorrente secondo cui la Corte territoriale confonde i rischi progettuali della macchina (nel caso non immediatamente evidenti e riconducibili al costruttore/progettista T.) con i rischi derivanti dall’uso della stessa. La sentenza impugnata non spiega adeguatamente in che modo lo M.S. avrebbe potuto prevedere un rischio riconducibile ad un difetto di progettazione della macchina, tanto più che, alla luce di quanto processualmente emerso, egli si era limitato a predisporre documentazione tecnica per fini completamente diversi rispetto a quelli riconducibili alla prevenzione dei rischi specifici del macchinario in questione. Sfugge, nella sostanza, né viene spiegato dalla Corte distrettuale, il nesso esistente fra l’incarico allo M.S. di predisporre la documentazione tecnica per l’ottenimento della marcatura CE, con la possibilità da parte del medesimo, attraverso il detto incarico, di avere contezza dell’asserito difetto delle spine coniche di fissaggio, riguardante la sicurezza della centrifuga in termini progettuali.
10. In conclusione, le evidenziate lacune logico-giuridiche da cui è affetta la sentenza impugnata, che neanche è stata in grado di fornire una “motivazione rafforzata” rispetto alla sentenza assolutoria del giudice di primo grado nei confronti dello M.S. , ne comportano l’inevitabile annullamento, che deve essere disposto senza rinvio, ex art. 620, lett. I), cod. proc. pen., in quanto appare evidente che i contrastanti esiti dei giudizi di primo e di secondo grado non consentono di pervenire ad una tranquillante e motivata sentenza di responsabilità nei confronti dello M.S. per i fatti a lui ascritti, rispettosa del canone di giudizio dell’«al di là di ogni ragionevole dubbio». Conseguentemente, va revocata la condanna civile nei confronti del medesimo.
P.Q.M.
Annulla la sentenza impugnata nei confronti di F.F. e rinvia per nuovo giudizio alla Corte d’appello di Bologna, cui demanda anche la regolamentazione delle spese tra le parti per questo giudizio di legittimità.
Annulla senza rinvio la sentenza impugnata nei confronti di M.S.e revoca le statuizioni civili.
Così deciso il 9 ottobre 2018
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Gen

Fatturazione elettronica Agenzia entrate

 

FAQ pubblicate il 21 dicembre 2018

Fatturazione elettronica Agenzia entrate

fatture Risposte alle domande più frequenti sulla fatturazione elettronica FAQ pubblicate il 21 dicembre 2018 FAQ n. 1 Domanda Voglio usare la mia PEC per inviare le mie fatture elettroniche ai miei clienti: come devo procedere? Quale indirizzo email devo inserire quando compilo la PEC, quello del cliente o quello del Sistema di Interscambio? Risposta Per inviare la fattura elettronica ai propri clienti occorre sempre trasmettere il file (XML) della fattura (predisposto con uno dei programmi gratuiti offerti dall’Agenzia delle entrate o con un software di mercato) al Sistema di Interscambio che, esattamente come un postino, provvederà a consegnare in modo sicuro il file della fattura all’indirizzo telematico che il cliente (partita IVA) avrà comunicato. La fattura elettronica che viene inviata direttamente alla casella PEC del cliente, non passando per il SdI, si ha per non emessa. Se si usa la PEC per inviare il file della fattura elettronica al SdI, si dovrà: 1. predisporre il messaggio di PEC 2. inserire il file XML della fattura elettronica come allegato del messaggio di PEC 3. inserire e inviare, la prima volta, il messaggio di PEC all’indirizzo sdi01@pec.fatturapa.it. Una volta ricevuta la PEC, il SdI comunicherà – con apposito messaggio inviato allo stesso indirizzo PEC da cui ha ricevuta la email – un nuovo indirizzo PEC-SdI a cui inviare le successive PEC contenenti le altre fatture elettroniche. FAQ n. 2 Domanda Sono un soggetto che svolge commercio al dettaglio e c dal 1° gennaio 2019 dovrò emettere fatture elettroniche nei confronti dei clienti che mi richiederanno fattura in luogo della ricevuta o dello scontrino fiscale. Poiché è previsto che per i primi sei mesi del 2019 posso trasmettere la fattura elettronica al Sistema di Interscambio entro il termine della liquidazione del periodo di effettuazione dell’operazione, chiedo se devo rilasciare un documento al cliente al momento di effettuazione dell’operazione oppure no e, se si, che tipo di documento? Una fattura “proforma” potrebbe andar bene? Risposta L’attività degli esercenti commercio al dettaglio, rientra tra quelle disciplinate dall’articolo 22 del d.P.R. n. 633/1972. Tale disposizione stabilisce che «L’emissione della fattura non è obbligatoria, se non è richiesta dal cliente non oltre il momento di effettuazione dell’operazione: […]». In assenza di fattura, i corrispettivi devono essere certificati «mediante il rilascio della ricevuta fiscale di cui all'articolo 8 della legge 10 maggio 1976, n. 249, ovvero dello scontrino fiscale di cui alla legge 26 gennaio 1983, n. 18, con l'osservanza delle relative discipline» (come stabilito dalla legge n. 413/1991). Tanto premesso, qualora il cliente, al momento di effettuazione dell’operazione, chieda l’emissione della fattura, l’esercente potrà alternativamente: a) in caso di fattura differita, emettere una ricevuta fiscale o uno scontrino fiscale - ai sensi dell’art. 3, comma 3, del d.P.R. n. 696/1996 - da utilizzare come documenti idonei (documento equipollente al DDT) per l’emissione di una “fattura differita” ai sensi dell'articolo 21, comma 4, terzo periodo, lettera a), del d.P.R. n. 633/1972. In tal caso, come già previsto con la circolare n. 249/E del 11 ottobre 1996, l’ammontare dei corrispettivi certificati da ricevuta/scontrino fiscale e oggetto di fatturazione differita va scorporato dal totale giornaliero dei corrispettivi. b) in caso di fattura immediata, trasmettere al SdI entro i termini della liquidazione periodica, la fattura recante l’indicazione della data di effettuazione dell’operazione e rilasciare al cliente, al momento di effettuazione dell’operazione, apposita quietanza (ex art. 1199 del codice civile) che assume rilevanza solo commerciale e non fiscale. In luogo della quietanza può essere rilasciata alla parte una stampa della fattura ovvero dalla ricevuta del POS, in caso di pagamento elettronico. Resta ferma la possibilità di rilascio dallo scontrino/ricevuta fiscale (ovvero dal c.d. “documento commerciale” nel caso l’esercente effettui la memorizzazione e trasmissione telematica dei corrispettivi mediante registratore telematico ai sensi dell’art. 2 del d.Lgs. n. 127/15). In tale ultimo caso, come già detto, l’ammontare dei corrispettivi oggetto di fatturazione andrà scorporato dal totale dei corrispettivi giornalieri. L’emissione di una quietanza sarà valida anche nelle operazioni tra un fornitore che, non effettuando operazioni rientranti tra quelle dell’art. 22 del d.P.R. n. 633/72, è obbligato ad emettere solo fatture e un altro operatore IVA. Si ricorda che, qualora il cliente sia un consumatore finale (operazione B2C), l’esercente dovrà comunque mettere a disposizione della controparte, al momento dell’emissione della fattura elettronica, una copia analogica o elettronica della fattura, salvo che il cliente non vi rinunci. Si precisa che ai fini del controllo documentale di cui all’articolo 36 ter del D.P.R. n. 600 andrà fatto riferimento ai contenuti della copia analogica della fattura elettronica rilasciata al consumatore finale. In caso di discordanza nei contenuti fra fattura elettronica e copia cartacea della stessa, salvo prova contraria, sono validi quelli della fattura digitale. Quando le fatture elettroniche sono precedute dall’emissione di scontrino o ricevuta fiscale (o, nel caso di trasmissione telematica dei corrispettivi, da un “documento commerciale”), nella fattura vanno riportati gli estremi identificativi dello scontrino/ricevuta; in particolare, il blocco informativo “AltriDatiGestionali” va compilato riportando: - nel campo “TipoDato” le parole “NUMERO SCONTRINO” (oppure “NUMERO RICEVUTA” oppure “NUMERO DOC. COMMERCIALE”); - nel campo “RiferimentoTesto” l’identificativo alfanumerico dello scontrino (o della ricevuta o del documento commerciale); - nel campo “RiferimentoNumero” il numero progressivo dello scontrino (o della ricevuta o del documento commerciale); - nel campo “RiferimentoData” la data dello scontrino.
FAQ n. 3 Domanda Le fatture verso clienti business o consumatori finali residenti a Livigno e a Campione d’Italia devono essere fatture elettroniche, rispettando le disposizioni dell’art. 1 del d.Lgs. n. 127/15 e quindi devono essere inviate via SdI? Risposta Ai sensi dell’art. 7 del d.P.R. n. 633/1972, Livigno e Campione d’Italia non rientrano nel territorio dello Stato italiano. Conseguentemente, le operazioni svolte con soggetti residenti e stabiliti in tali comuni si considerano operazioni transfrontaliere e rientrano tra quelle per le quali va trasmessa la comunicazione dei dati delle fatture transfrontaliere (c.d. “esterometro”, disciplinato dall’art. 1, comma 3bis, del d.Lgs. n. 127/15). Tuttavia, poiché i soggetti residenti a Livigno e Campione d’Italia sono identificati con un codice fiscale, per le operazioni in argomento l’operatore IVA residente o stabilito in Italia potrà predisporre e inviare la fattura elettronica al SdI valorizzando il campo del codice destinatario con il valore convenzionale “0000000” e fornire una copia (elettronica o analogica) al cliente di Livigno o di Campione d’Italia: in tal modo non sarà più necessario inviare i dati di tali fatture con il c.d. “esterometro” FAQ n. 4 Domanda L’art. 34, comma 7, del d.P.R. n. 633/1972 dispone che: “I passaggi dei prodotti di cui al comma 1 agli enti, alle cooperative o agli altri organismi associativi indicati al comma 2, lettera c), ai fini della vendita, anche previa manipolazione o trasformazione, si considerano effettuati all'atto del versamento del prezzo ai produttori agricoli soci o associati. L'obbligo di emissione della fattura può essere adempiuto dagli enti stessi per conto dei produttori agricoli conferenti; in tal caso a questi è consegnato un esemplare della fattura ai fini dei successivi adempimenti prescritti nel presente titolo”. In caso di emissione della fattura elettronica ai sensi del citato art. 34, comma 7, del d.P.R. n. 633/1972, si chiede di conoscere come debba comportarsi una società cooperativa agricola di conferimento per conto del socio ai fini del rispetto della emissione e della progressività della fattura prevista dall’art. 21 del d.P.R. n. 633/72, Inoltre, essendo le cooperative agricole - che emettono la fattura per conto dei soci - i destinatari della fattura elettronica, si chiede di sapere in che modo il cedente (socio) possa ricevere la fattura, e se la cooperativa emittente debba comunque inviargliela con modalità differenti dal processo SdI. Risposta Circa il primo quesito, si ritiene che, la società cooperativa agricola di conferimento può emettere la fattura per ogni singolo socio utilizzando una distinta numerazione per ciascun conferente (es. 1/Cop__, 2/Cop__, ecc). In tal modo, le fatture emesse dalla cooperativa per conto del socio risulteranno progressive con riferimento al singolo socio, e saranno distinte da tutte le altre fatture emesse dal socio stesso ad altri clienti, che seguiranno una numerazione progressiva diversa (ad esempio per gli altri clienti il socio numererà le fatture con 1, 2, 3, ecc.). Si ricorda che nel caso di emissione della fattura da parte del cessionario/committente (nel caso di specie, la società cooperativa) per conto del socio occorre valorizzare i blocchi “Terzo intermediario o Soggetto emittente” e “Soggetto emittente”, inserendo i dati della cooperativa e indicando che l’emittente è il “Cessionario/committente” (punto 2.2.8 dell’allegato “A” al provvedimento 30 aprile 2018), come esemplificato nella schermata della procedura web dell’Agenzia delle entrate qui di seguito. FAQ n. 5 Domanda Si chiede di sapere se la modalità di assolvimento dell’imposta di bollo sulle fatture elettroniche sia esclusivamente quella stabilita dall’art. 6 del DM 17 giugno 2014 ovvero sia possibile continuare ad assolvere tale imposta ancora in modalità virtuale ai sensi dell’articolo 15 del d.P.R. 642/1972. Risposta Primariamente si ricorda che, nel caso di assoggettamento ad imposta di bollo, occorrerà valorizzare il blocco “DatiBollo” con l’importo dell’imposta: Si ricorda, poi, che l’imposta di bollo sulle fatture elettroniche si assolve esclusivamente con la modalità disciplinata dall’articolo 6 del DM 17 giugno 2014 (unica soluzione con modello F24). I soggetti autorizzati al pagamento del bollo virtuale ai sensi dell’articolo 15 del d.P.R. n. 642/1972, che emettono esclusivamente fatture elettroniche, possono rinunziare all’autorizzazione nelle modalità previste dall’articolo 15, comma 10, del citato d.P.R. 642/1972. FAQ n. 6 Domanda Siamo una società di capitali, fornitrice di un esportatore abituale. Vorremmo sapere come indicare sulla fatturazione elettronica il numero e la data della dichiarazione d’intento ricevuta. Risposta La fattura emessa nei confronti di un esportatore abituale deve contenere, ai fini IVA, il numero della lettera d’intento. Tale ’informazione può essere inserita utilizzando uno dei campi facoltativi relativi ai dati generali della fattura che le specifiche tecniche lasciano a disposizione dei contribuenti, come ad esempio il campo “Causale”, ovvero a livello di singola linea fattura, il blocco “Altri dati gestionali”. Se si utilizza una delle procedure gratuite (procedura web, App o stand alone) messe a disposizione dall’Agenzia delle entrate, il campo “Causale” è selezionabile (e quindi valorizzabile) nel menù “Altri dati” della sezione “Dati della fattura” FAQ n. 7 Domanda Come si espone in fattura il contributo ENASARCO dell’agente di commercio e dei rappresentanti? Risposta Il contributo ENASARCO non è un tipico contributo destinato ad una “Cassa previdenziale” (che usualmente concorre alla determinazione dell’imponibile cui applicare l’IVA), ma la sua gestione è similare a quella di una “ritenuta”. Attualmente, per poter rappresentare nella fattura elettronica il contributo ENASARCO è possibile utilizzare il blocco “AltriDatiGestionali” con il seguente dettaglio: - 2.2.1.16.1 = CASSA-PREV - 2.2.1.16.2 ENASARCO (o eventuale altra cassa analoga) e il relativo codice TC07 presente nelle specifiche tecniche al provvedimento del 30.04.18 - 2.2.1.16.3 importo del contributo - 2.2.1.16.4 il dato può non essere valorizzato FAQ n. 8 Domanda Sono un avvocato e sono solito inserire nelle mie fatture le spese che ho anticipato e sostenuto in nome e per conto del mio cliente al fine di farmele rimborsare al momento del pagamento della prestazione: come posso riportarle nella fattura elettronica? Risposta Ai sensi dell’art. 15 del d.P.R. n. 633/72, le spese anticipate in nome e per conto del cliente non concorrono alla formazione della base imponibile e quindi al calcolo dell’IVA, purchè opportunamente documentate. Una delle modalità per riportare tali spese nella fattura elettronica può essere quella di inserire un blocco “DatiBeniServizi” riportando l’importo delle spese, la loro descrizione e, al posto dell’aliquota IVA, il codice natura “N1” (“escluse ex art. 15”). Un’altra modalità di riportare in fattura le spese può essere quella di utilizzare il blocco “Altri dati gestionali”, ricordandosi poi di aggiungere al valore del totale dell’importo del documento quello delle spese in argomento (si ricorda che il blocco “Altri dati gestionali” è selezionabile nella sezione in cui si inseriscono le descrizioni dei beni/servizi oggetto della cessione/prestazione). FAQ n. 9 Domanda L’emissione della fattura differita prevede l’indicazione del dettaglio delle operazioni (come previsto dall’articolo 21, comma 4, lett. a), d.P.R. n. 633/72). Nel caso di cessioni di beni, tale adempimento è soddisfatto indicando i riferimenti dei DDT, senza allegare e gli stessi. Al riguardo, la circolare n. 18/E del 24 giugno 2014, nel dettare istruzioni in materia di fatturazione elettronica, ha precisato che nel caso di cessioni di beni, la fattura differita può contenere anche solo l’indicazione della data e del numero del DDT o del documento idoneo avente le caratteristiche di cui al DPR 472/97. Si chiede di conoscere come devono essere conservati i DDT emessi in caso di fattura differita. Risposta I DDT possono essere conservati in maniera cartacea. Qualora i DDT siano allegati alla fattura elettronica e l’operatore utilizzi il servizio di conservazione gratuita offerto dall’Agenzia delle entrate, tali documenti saranno automaticamente portati in conservazione con la fattura. A tal proposito si ricorda che il singolo file fattura non deve superare la dimensione di 5MB. Le medesime considerazioni valgono nel caso di fattura differita emessa in relazione a prestazioni di servizi. Al riguardo, la circolare n. 18/E/2014 ha precisato che può essere utilizzata la documentazione commerciale prodotta e conservata per poter individuare con certezza la prestazione eseguita, la data di effettuazione e le parti contraenti, come ad esempio, un documento attestante l’avvenuto incasso, il contratto, la nota di consegna dei lavori, la lettera d’incarico oppure la relazione professionale. FAQ n. 10 Domanda Sono un’agenzia viaggi organizzatrice ed emetto la fattura ai sensi dell’art. 74ter, comma 8, del d.P.R. n. 633/1972: come devo compilare la fattura elettronica? Sono obbligato a richiedere una delega, da inviare all’Agenzia delle entrate, all’agenzia viaggi intermediaria per emettere la fattura per suo conto? Risposta: L’agenzia di viaggi organizzatrice deve compilare la fattura elettronica ordinaria (“Tipo Documento” TD01), evidenziando che la stessa è emessa per conto dell’agenzia viaggi intermediaria (valorizzando i blocchi “Terzo Intermediario o Soggetto emittente” e “Soggetto emittente”) ed inserendo – in luogo dell’aliquota IVA – il codice natura - N6 se la fattura riguarda operazioni imponibili; - N3 se la fattura riguarda operazioni non imponibili. L’emissione di una fattura per conto terzi, disciplinata dall’art. 21 del d.P.R. n. 633/72 non prevede alcuna predisposizione e invio all’Agenzia delle entrate di delega. FAQ n. 10 Domanda Sono un’agenzia viaggi organizzatrice ed emetto la fattura ai sensi dell’art. 74ter, comma 8, del d.P.R. n. 633/1972: come devo compilare la fattura elettronica? Sono obbligato a richiedere una delega, da inviare all’Agenzia delle entrate, all’agenzia viaggi intermediaria per emettere la fattura per suo conto? Risposta: L’agenzia di viaggi organizzatrice deve compilare la fattura elettronica ordinaria (“Tipo Documento” TD01), evidenziando che la stessa è emessa per conto dell’agenzia viaggi intermediaria (valorizzando i blocchi “Terzo Intermediario o Soggetto emittente” e “Soggetto emittente”) ed inserendo – in luogo dell’aliquota IVA – il codice natura - N6 se la fattura riguarda operazioni imponibili; - N3 se la fattura riguarda operazioni non imponibili. L’emissione di una fattura per conto terzi, disciplinata dall’art. 21 del d.P.R. n. 633/72 non prevede alcuna predisposizione e invio all’Agenzia delle entrate di delega. MODI qualità ambiente sicurezza formazione modelli 231
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Regolamento di esecuzione del regolamento (UE)

 

Regolamento di esecuzione del regolamento (UE) n. 517/2014

Regolamento di esecuzione del regolamento (UE)

Gazzetta Ufficiale n. 7 del 9 gennaio 2019Il nuovo DPR F-gas, che entrerà in vigore il 24 gennaio 2019, nel definire le modalità attuative nell’ordinamento italiano del predetto Regolamento (UE) n. 517/2014 relativo ai gas fluorurati a effetto serra utilizzati come refrigeranti, agenti estinguenti, espandenti, propulsori e isolanti nelle apparecchiature elettriche: individua il Ministero dell’ambiente e della tutela del territorio e del mare quale autorità competente a interloquire con gli operatori e le imprese; interviene sul sistema di certificazione degli organismi di valutazione e di attestazione di formazione delle persone e sul sistema di iscrizione e implementazione del Registro telematico nazionale per le persone fisiche e per le imprese; individua gli organismi di controllo indipendenti competenti per le procedure di verifica dei dati relativi all’immissione in commercio di apparecchiature precaricate con i gas fluorurati; istituisce una Banca Dati per la raccolta e la conservazione delle informazioni su tali gas; stabilisce, infine, l’obbligo di formazione delle persone e di certificazione delle imprese. Il nuovo Regolamento di esecuzione del regolamento (UE) n. 517/2014 abroga il Regolamento (CE) n. 842/2006. 1. Ai fini del presente decreto, oltre alle definizioni del regolamento (UE) n. 517/2014, si applicano le seguenti definizioni: a) organismo nazionale di accreditamento: unico organismo autorizzato dallo Stato a svolgere attività di accreditamento nel territorio nazionale, di cui all’articolo 4, della legge 23 luglio 2009, n. 99; b) accreditamento: attestazione con la quale l’organismo nazionale di accreditamento certifica che un determinato organismo di valutazione della conformità soddisfa i criteri stabiliti da norme armonizzate e, ove appropriato, ogni altro requisito supplementare per svolgere una specifica attività di valutazione della conformità; c) organismo di valutazione della conformità: un organismo accreditato dall’organismo nazionale di accreditamento per svolgere determinate attività di valutazione della conformità, fra cui tarature, prove, certificazioni e ispezioni; d) valutazione della conformità: procedura con la quale un organismo di valutazione della conformità dimostra che sono rispettate le prescrizioni specifiche relative a un prodotto, a un processo, a un servizio, a un sistema, a una persona fisica o a un organismo, rientranti nel campo di applicazione del presente decreto; e) organismo di certificazione: un organismo di valutazione della conformità accreditato dall’organismo nazionale di accreditamento per svolgere le attività di certificazione delle persone fisiche di cui all’articolo 7, comma 1, e delle imprese di cui all’articolo 8, comma 2; f) organismo di controllo indipendente: un organismo di valutazione della conformità accreditato dall’organismo nazionale di accreditamento per svolgere le attività di verifica delle emissioni di gas a effetto serra ai sensi della direttiva 2003/87/CE; g) organismo di attestazione di formazione: organismi certificati dagli organismi di valutazione della conformità per rilasciare attestati di formazione alle persone fisiche ai sensi del regolamento (CE) n. 307/2008 in conformità all’Allegato C al presente decreto; h) tariffario: documento che definisce le tariffe per la concessione, il mantenimento e il rinnovo dei certificati di conformità rilasciati dagli organismi di cui alla lettera e) ; i) camera di commercio competente: la Camera di commercio del capoluogo di regione o di provincia autonoma ove è iscritta la sede legale dell’impresa o ove risiede la persona fisica; l) Registro telematico nazionale: Registro telematico delle persone e delle imprese certificate di cui all’articolo 15; m) Banca dati: Banca dati gas fluorurati a effetto serra e apparecchiature contenenti gas fluorurati di cui all’articolo 16; n) operatore: il proprietario o altra persona fisica o giuridica che esercita un effettivo controllo sul funzionamento tecnico dei prodotti e delle apparecchiature disciplinate dal presente decreto. A tal fine una persona fisica o giuridica esercita un effettivo controllo se ricorrono tutte le seguenti condizioni:  1) libero accesso all’apparecchiatura, che comporta la possibilità di sorvegliarne i componenti e il loro funzionamento, e la possibilità di concedere l’accesso a terzi;  2) controllo sul funzionamento e la gestione ordinari;  3) il potere, anche finanziario, di decidere in merito a modifiche tecniche, alla modifica delle quantità di gas fluorurati nell’apparecchiatura, e all’esecuzione di controlli o riparazioni.
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